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"D'una città non godi le sette o le settantasette meraviglie,
ma la risposta che dà a una tua domanda." [Italo Calvino]




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Noi matti (12)

[al telefono]
"sta arrivando il 21, io lo prendo, poi dopo chiedo all'autista quand'è l'ultima corsa per tornare a casa"
[pausa]
"ah no no, io non ho mica litigato col barista, è che in quel bar lì c'è sempre delle situazioni che sinceramente, perché delle volte c'è del cliente che non so mica io, adesso chiedo all'autista"
[pausa, parla con l'autista, ma senza riattaccare]
[di nuovo al telefono]
"perché queste poi son le realtà sociali, che poi dopo noi abbiamo i coglioni completamente bruciati"
[pausa]
"a parte il fatto..."
[scende]

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| polso |

| Perù, lago Titicaca |

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| trucha frita |

| Peru, isla del Lago Titicaca |

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| il nodo |

| un'isola sul lago Titicaca, 2005 |

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| antitrust |

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Israele, 10 luglio 2006

"Stanotte l'Italia ha vinto i Mondiali e con tutti i festeggiamenti e i clacson fuori a Haifa, mi posso immaginare la pura felicità che si respira per le strade in Italia in questo momento... siamo felicissimiiii!!!!"

[dal blog di Negeen, prima della crisi]

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Israele, 7 luglio 2006

"Nel caso vi siate chiesti cosa fosse successo al mio blog, è ancora vivo, ma diciamo che è rimasto in ibernazione per un po'. Ammetto che è tutta colpa mia e spero che voi, i miei lettori (c'è nessuno?), mi perdonerete mentre raccolgo le idee. Tornerò presto, promesso. Non posso stare via troppo a lungo..."

[dal blog di Roxanne, prima della crisi]

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Libano, 28 giugno 2006

"Conto alla rovescia per lo spettacolo "Once Upon a Dance": 9 giorni
Stato generale: primi sintomi di paura del palco.
Allenamento di ieri: ballato come una papera.
Aspettative: disastrose.
Conclusione: però dovete venire lo stesso :)  "

[dal blog di Eve, prima della crisi]

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Libano, 22 giugno 2006

"Vogliamo bene ai rumeni e apprezziamo il loro contributo di forza lavoro all'economia libanese, specie in estate. Qualcuno potrebbe supporre che sottraggano lavoro a noi libanesi, ma non è vero perché i libanesi non farebbero mai alcuni dei lavori che i rumeni cercano di procurarsi."

[dal blog di Jamal, prima della crisi]

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L'ermellino bianco

Giù in paese, negli anni più difficili, quando l'inverno ghiaccia il respiro o la siccità d'agosto brucia il foraggio nei prati, non appena un contadino la sera comincia a lamentare la propria cattiva sorte, uno dei vecchi lo guarda severo, e quello tace. Lo sanno tutti, infatti, quel che accadde in un brutto giorno di tanti anni fa, proprio qui nella valle.
Quell'anno i mesi estivi erano stati avari di piogge; le bestie soffrivano e davano poco latte; gli animali selvatici - conigli, caprioli e cervi - erano migrati oltre le montagne, verso valli più fresche e rigogliose; persino gli orti dietro le case davano frutti piccoli e raggrinziti.
Poi era venuto un inverno gelido e senza neve, e nella valle i cacciatori vagavano sfiduciati, e tornavano a casa solo con qualche cornacchia tutta ossa, e poi non c'era la polenta.
In un pomeriggio novembrino, quando ormai la giornata sembrava trascorsa senza successo e le ombre già si allungavano, un giovane cacciatore vide nel bosco scuro il guizzo bianco di un ermellino.
Stava per sparargli, ma quello svaniva dietro gli alberi e ricompariva un attimo dopo da un'altra parte dietro un masso, e di nuovo scappava. Il giovane lo inseguì e ancora prese la mira, ma l'ermellino ogni volta gli sfuggiva. Attraversarono così boschi e forre, gole e pietraie, fino a una valle che il cacciatore non aveva mai visto prima. Ancora una volta l'ermellino era sparito, ed ora il giovane credeva che non l'avrebbe più ritrovato, e già si stava chiedendo come sarebbe tornato indietro, visto che non riconosceva i luoghi e la notte lo avvolgeva con le sue dita gelide. Ma poi dietro una roccia, proprio sull'orlo di uno spaventoso precipizio, c'era l'ermellino bianco, fermo immobile che lo guardava con occhi di brace.
Non aveva scampo. Il giovane cacciatore alzò il fucile e le mani gli tremavano, non avrebbe saputo dire se per il freddo, la fatica o la paura che lo gelava. L'ermellino aveva infatti gli occhi delle streghe o delle fate, e sembrava che capisse perfettamente il proprio triste destino. Ma poi l'animale fatato parlò, con una voce grave che suonava familiare, e veniva dalla notte dei tempi: "Sei un giovane tenace e coraggioso, e meriti fortuna. Risparmiami perciò, perché non sono quello che sembro, sono vecchio e saggio, nove volte bosco e nove volte prato. Non mi uccidere e sarai ricompensato".
E così fu. L'animale incantato svelò al cacciatore il mistero di quella valle solitaria, e le parole magiche che aprono le porte della città invisibile, dove il giovane fu accolto con generosità e ricoperto di doni.
Passavano i giorni e del cacciatore nessuna notizia. Giù in paese si pensavano già brutte cose, che fosse scappato in pianura a cercar fortuna, o morto nel buio, schiantato in un precipizio. Quello però era un ragazzo generoso, e quando si fu riposato e rifocillato, seppe che era arrivato il momento di ripartire; presi il fucile e lo zaino, chiese la strada per tornare tra la sua gente.
Comparve allora il re di quella città incantata, lo guardò con occhi di brace e gli parlò con voce grave e familiare, che veniva dalla notte dei tempi: "Tu parti, dunque, per non ritornare. Mai più rivedrai queste mura né queste case, e ne custodirai per sempre il segreto. La tua onestà verrà premiata; vivrai in pace con la tua gente, e la fortuna tornerà a sorridervi, nove volte bosco e nove volte prato."
E così fu. Il cacciatore tornò in paese e raccontò di essersi perso e di aver dormito sotto un pino mugo, cibandosi di bacche. Come d'incanto finì il terribile gelo che tormentava la valle, l'inverno fu mite, gioiosa la primavera, fertile e feconda l'estate, e così per anni e anni. Il giovane cacciatore divenne adulto e custodiva nel silenzio il suo incredibile segreto, mentre il paese e la valle per merito suo - e nessuno lo sapeva - prosperavano.
Ma poi venne la vecchiaia anche per lui, ché nessuno può sfuggirle, e gli amici suoi morivano e così i ricordi, e lui, prima che la memoria lo tradisse, volle ancora una volta rivedere le mura e le case incantate della città invisibile. Un mattino di novembre, presi il fucile e lo zaino, disse che sarebbe andato a caccia e partì. Superò i boschi di abeti e le gole pietrose, e arrivò nella valle solitaria. Il respiro era pesante e il vecchio sentiva il fardello degli anni, ma ecco!, quello era il vecchio tronco che univa le sponde del ruscello, quella la pietra che doveva scavalcare, e lì c'era ancora il larice millenario sotto cui bisognava pronunciare la formula magica! Il cuore gli pulsava in gola. Le parole le ricordava, la memoria non lo aveva tradito. Gli spari degli altri cacciatori e i latrati dei cani riecheggiavano lontani, nessuno lo poteva vedere. Lo avrebbero creduto morto e lui avrebbe trascorso gli ultimi anni felici nell'incanto di quella città magica, dove forse neppure la morte lo avrebbe scovato.
Eppure qualcosa non funzionò. La formula era giusta, ne era certo, ma allora dov'erano il sentiero segreto, i suoni celestiali e le mura imponenti e maestose? Il bosco restava nero e ostile, il vecchio si sentiva stanco e pesante, inciampava, il passo lento e incerto. Avrebbe voluto urlare, chiamare aiuto, ma dalla gola non uscivano parole, solo un gorgoglio profondo e una sorta di muggito cupo e lungo. La sete lo spinse al ruscello, poiché lo zaino era perduto e la borraccia non la trovava. Si sporse sull'acqua scura per bere e vide la propria immagine riflessa, vide che era un vecchio, un vecchio cervo braccato.
Della città invisibile nemmeno l'ombra, mentre sentiva gli spari sempre più secchi e vicini, e i cani. Nel buio, vide il guizzo bianco di un ermellino.

Il vecchio cervo fu l'ultima preda di quell'anno, ché i giorni seguenti furono improvvisamente gelidi e terribili, l'inverno lungo, triste la primavera, arida e avara l'estate, e così per anni e anni, nove volte bosco e nove volte prato.

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