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"D'una città non godi le sette o le settantasette meraviglie,
ma la risposta che dà a una tua domanda." [Italo Calvino]




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L'ermellino bianco

Giù in paese, negli anni più difficili, quando l'inverno ghiaccia il respiro o la siccità d'agosto brucia il foraggio nei prati, non appena un contadino la sera comincia a lamentare la propria cattiva sorte, uno dei vecchi lo guarda severo, e quello tace. Lo sanno tutti, infatti, quel che accadde in un brutto giorno di tanti anni fa, proprio qui nella valle.
Quell'anno i mesi estivi erano stati avari di piogge; le bestie soffrivano e davano poco latte; gli animali selvatici - conigli, caprioli e cervi - erano migrati oltre le montagne, verso valli più fresche e rigogliose; persino gli orti dietro le case davano frutti piccoli e raggrinziti.
Poi era venuto un inverno gelido e senza neve, e nella valle i cacciatori vagavano sfiduciati, e tornavano a casa solo con qualche cornacchia tutta ossa, e poi non c'era la polenta.
In un pomeriggio novembrino, quando ormai la giornata sembrava trascorsa senza successo e le ombre già si allungavano, un giovane cacciatore vide nel bosco scuro il guizzo bianco di un ermellino.
Stava per sparargli, ma quello svaniva dietro gli alberi e ricompariva un attimo dopo da un'altra parte dietro un masso, e di nuovo scappava. Il giovane lo inseguì e ancora prese la mira, ma l'ermellino ogni volta gli sfuggiva. Attraversarono così boschi e forre, gole e pietraie, fino a una valle che il cacciatore non aveva mai visto prima. Ancora una volta l'ermellino era sparito, ed ora il giovane credeva che non l'avrebbe più ritrovato, e già si stava chiedendo come sarebbe tornato indietro, visto che non riconosceva i luoghi e la notte lo avvolgeva con le sue dita gelide. Ma poi dietro una roccia, proprio sull'orlo di uno spaventoso precipizio, c'era l'ermellino bianco, fermo immobile che lo guardava con occhi di brace.
Non aveva scampo. Il giovane cacciatore alzò il fucile e le mani gli tremavano, non avrebbe saputo dire se per il freddo, la fatica o la paura che lo gelava. L'ermellino aveva infatti gli occhi delle streghe o delle fate, e sembrava che capisse perfettamente il proprio triste destino. Ma poi l'animale fatato parlò, con una voce grave che suonava familiare, e veniva dalla notte dei tempi: "Sei un giovane tenace e coraggioso, e meriti fortuna. Risparmiami perciò, perché non sono quello che sembro, sono vecchio e saggio, nove volte bosco e nove volte prato. Non mi uccidere e sarai ricompensato".
E così fu. L'animale incantato svelò al cacciatore il mistero di quella valle solitaria, e le parole magiche che aprono le porte della città invisibile, dove il giovane fu accolto con generosità e ricoperto di doni.
Passavano i giorni e del cacciatore nessuna notizia. Giù in paese si pensavano già brutte cose, che fosse scappato in pianura a cercar fortuna, o morto nel buio, schiantato in un precipizio. Quello però era un ragazzo generoso, e quando si fu riposato e rifocillato, seppe che era arrivato il momento di ripartire; presi il fucile e lo zaino, chiese la strada per tornare tra la sua gente.
Comparve allora il re di quella città incantata, lo guardò con occhi di brace e gli parlò con voce grave e familiare, che veniva dalla notte dei tempi: "Tu parti, dunque, per non ritornare. Mai più rivedrai queste mura né queste case, e ne custodirai per sempre il segreto. La tua onestà verrà premiata; vivrai in pace con la tua gente, e la fortuna tornerà a sorridervi, nove volte bosco e nove volte prato."
E così fu. Il cacciatore tornò in paese e raccontò di essersi perso e di aver dormito sotto un pino mugo, cibandosi di bacche. Come d'incanto finì il terribile gelo che tormentava la valle, l'inverno fu mite, gioiosa la primavera, fertile e feconda l'estate, e così per anni e anni. Il giovane cacciatore divenne adulto e custodiva nel silenzio il suo incredibile segreto, mentre il paese e la valle per merito suo - e nessuno lo sapeva - prosperavano.
Ma poi venne la vecchiaia anche per lui, ché nessuno può sfuggirle, e gli amici suoi morivano e così i ricordi, e lui, prima che la memoria lo tradisse, volle ancora una volta rivedere le mura e le case incantate della città invisibile. Un mattino di novembre, presi il fucile e lo zaino, disse che sarebbe andato a caccia e partì. Superò i boschi di abeti e le gole pietrose, e arrivò nella valle solitaria. Il respiro era pesante e il vecchio sentiva il fardello degli anni, ma ecco!, quello era il vecchio tronco che univa le sponde del ruscello, quella la pietra che doveva scavalcare, e lì c'era ancora il larice millenario sotto cui bisognava pronunciare la formula magica! Il cuore gli pulsava in gola. Le parole le ricordava, la memoria non lo aveva tradito. Gli spari degli altri cacciatori e i latrati dei cani riecheggiavano lontani, nessuno lo poteva vedere. Lo avrebbero creduto morto e lui avrebbe trascorso gli ultimi anni felici nell'incanto di quella città magica, dove forse neppure la morte lo avrebbe scovato.
Eppure qualcosa non funzionò. La formula era giusta, ne era certo, ma allora dov'erano il sentiero segreto, i suoni celestiali e le mura imponenti e maestose? Il bosco restava nero e ostile, il vecchio si sentiva stanco e pesante, inciampava, il passo lento e incerto. Avrebbe voluto urlare, chiamare aiuto, ma dalla gola non uscivano parole, solo un gorgoglio profondo e una sorta di muggito cupo e lungo. La sete lo spinse al ruscello, poiché lo zaino era perduto e la borraccia non la trovava. Si sporse sull'acqua scura per bere e vide la propria immagine riflessa, vide che era un vecchio, un vecchio cervo braccato.
Della città invisibile nemmeno l'ombra, mentre sentiva gli spari sempre più secchi e vicini, e i cani. Nel buio, vide il guizzo bianco di un ermellino.

Il vecchio cervo fu l'ultima preda di quell'anno, ché i giorni seguenti furono improvvisamente gelidi e terribili, l'inverno lungo, triste la primavera, arida e avara l'estate, e così per anni e anni, nove volte bosco e nove volte prato.

midable
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L'intruglio

Bisognava impastare con le mani per ore, le dita aperte finché restavamo lenti sempre più lenti come paralizzati in quel viola vischioso e freddo, guardavamo le unghie prendere il colore estraneo di medicine, la pelle ondularsi e sbiadire, di muffa e tintura di iodio, o la matrice del ciclostile, e poi la puzza non si lavava via neanche con lo spickespan e la calinda, ti restava giorni e giorni, l'odore dei morti.
Lo aveva detto Matte. Suo zio la mattina lo avevano trovato seduto rigido nel letto, la luce accesa e le dita bucavano la carta rosa della gazzetta, aveva quell'odore là, la pelle.
Lo si poteva fare solo di notte, l'intruglio, la luce lo rovinava, diceva Fil, e quando parlava Fil c'era sempre qualcuno che gli dava ragione e faceva sì con la testa, vigliacchi. Allora aspettavamo l'autunno quando era buio più presto ma ancora i muri restavano tiepidi, l'estate non si poteva fare, e quello era il motivo per cui sì, l'estate era bella, ma troppo lunga. Aspettavamo sempre l'autunno e il buio, per colpa di Fil.
Matte diceva che suo zio gli era entrata l'aria nel sangue e era andata una bolla su su fino al polmone e lì era scoppiata. Io mi immaginavo questa bolla di sapone luccicante che rotolava senza peso nei tubi di plastica e ferro che abbiamo dentro il corpo. Oppure il sangue, con l'aspirina dentro che frizza.
Figo! dice Piz. E subito voleva provare. Trovo l'aspirina nell'armadietto dove mamma nasconde le sue bottigliette, e fin qui facile, ma col sangue non si sapeva come fare, e nessuno voleva darlo.
Tiriamo dentro la Bondini, dice Fil. Chi è la Bondini, fa Matte, ma era tutto rosso, la Bondini è quella di terza con le trecce, lo sanno tutti, era una domanda proprio scema. Cosa vuoi farle, Fil, e non riuscivo a guardarlo dritto.
Pensai che gli stregoni Inca salivano sulle montagne con l'intruglio viola spalmato sulla faccia, e gli occhi fuori dalle orbite per la pazzia, e portavano al dio una pecora o un lama, per placarne la rabbia, diceva il libro, qualche volta una bambina.
C'era la foto di questa mummia tutta rannicchiata e piccola e la pelle gialla. Mi immaginavo la Bondini con le trecce e un buco in testa.
Fil stava zitto a godersi i nostri occhi ebeti e l'ossigeno schiacciato nei polmoni. Fissava verso la montagna con gli occhi sottili che vedevano attraverso le cose. Cosa le vuoi fare, Fil?

midable
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