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L'ermellino bianco
Giù in paese, negli anni più difficili, quando l'inverno ghiaccia il respiro o la siccità d'agosto brucia il foraggio nei prati, non appena un contadino la sera comincia a lamentare la propria cattiva sorte, uno dei vecchi lo guarda severo, e quello tace. Lo sanno tutti, infatti, quel che accadde in un brutto giorno di tanti anni fa, proprio qui nella valle. Quell'anno i mesi estivi erano stati avari di piogge; le bestie soffrivano e davano poco latte; gli animali selvatici - conigli, caprioli e cervi - erano migrati oltre le montagne, verso valli più fresche e rigogliose; persino gli orti dietro le case davano frutti piccoli e raggrinziti. Poi era venuto un inverno gelido e senza neve, e nella valle i cacciatori vagavano sfiduciati, e tornavano a casa solo con qualche cornacchia tutta ossa, e poi non c'era la polenta. In un pomeriggio novembrino, quando ormai la giornata sembrava trascorsa senza successo e le ombre già si allungavano, un giovane cacciatore vide nel bosco scuro il guizzo bianco di un ermellino. Stava per sparargli, ma quello svaniva dietro gli alberi e ricompariva un attimo dopo da un'altra parte dietro un masso, e di nuovo scappava. Il giovane lo inseguì e ancora prese la mira, ma l'ermellino ogni volta gli sfuggiva. Attraversarono così boschi e forre, gole e pietraie, fino a una valle che il cacciatore non aveva mai visto prima. Ancora una volta l'ermellino era sparito, ed ora il giovane credeva che non l'avrebbe più ritrovato, e già si stava chiedendo come sarebbe tornato indietro, visto che non riconosceva i luoghi e la notte lo avvolgeva con le sue dita gelide. Ma poi dietro una roccia, proprio sull'orlo di uno spaventoso precipizio, c'era l'ermellino bianco, fermo immobile che lo guardava con occhi di brace. Non aveva scampo. Il giovane cacciatore alzò il fucile e le mani gli tremavano, non avrebbe saputo dire se per il freddo, la fatica o la paura che lo gelava. L'ermellino aveva infatti gli occhi delle streghe o delle fate, e sembrava che capisse perfettamente il proprio triste destino. Ma poi l'animale fatato parlò, con una voce grave che suonava familiare, e veniva dalla notte dei tempi: "Sei un giovane tenace e coraggioso, e meriti fortuna. Risparmiami perciò, perché non sono quello che sembro, sono vecchio e saggio, nove volte bosco e nove volte prato. Non mi uccidere e sarai ricompensato". E così fu. L'animale incantato svelò al cacciatore il mistero di quella valle solitaria, e le parole magiche che aprono le porte della città invisibile, dove il giovane fu accolto con generosità e ricoperto di doni. Passavano i giorni e del cacciatore nessuna notizia. Giù in paese si pensavano già brutte cose, che fosse scappato in pianura a cercar fortuna, o morto nel buio, schiantato in un precipizio. Quello però era un ragazzo generoso, e quando si fu riposato e rifocillato, seppe che era arrivato il momento di ripartire; presi il fucile e lo zaino, chiese la strada per tornare tra la sua gente. Comparve allora il re di quella città incantata, lo guardò con occhi di brace e gli parlò con voce grave e familiare, che veniva dalla notte dei tempi: "Tu parti, dunque, per non ritornare. Mai più rivedrai queste mura né queste case, e ne custodirai per sempre il segreto. La tua onestà verrà premiata; vivrai in pace con la tua gente, e la fortuna tornerà a sorridervi, nove volte bosco e nove volte prato." E così fu. Il cacciatore tornò in paese e raccontò di essersi perso e di aver dormito sotto un pino mugo, cibandosi di bacche. Come d'incanto finì il terribile gelo che tormentava la valle, l'inverno fu mite, gioiosa la primavera, fertile e feconda l'estate, e così per anni e anni. Il giovane cacciatore divenne adulto e custodiva nel silenzio il suo incredibile segreto, mentre il paese e la valle per merito suo - e nessuno lo sapeva - prosperavano. Ma poi venne la vecchiaia anche per lui, ché nessuno può sfuggirle, e gli amici suoi morivano e così i ricordi, e lui, prima che la memoria lo tradisse, volle ancora una volta rivedere le mura e le case incantate della città invisibile. Un mattino di novembre, presi il fucile e lo zaino, disse che sarebbe andato a caccia e partì. Superò i boschi di abeti e le gole pietrose, e arrivò nella valle solitaria. Il respiro era pesante e il vecchio sentiva il fardello degli anni, ma ecco!, quello era il vecchio tronco che univa le sponde del ruscello, quella la pietra che doveva scavalcare, e lì c'era ancora il larice millenario sotto cui bisognava pronunciare la formula magica! Il cuore gli pulsava in gola. Le parole le ricordava, la memoria non lo aveva tradito. Gli spari degli altri cacciatori e i latrati dei cani riecheggiavano lontani, nessuno lo poteva vedere. Lo avrebbero creduto morto e lui avrebbe trascorso gli ultimi anni felici nell'incanto di quella città magica, dove forse neppure la morte lo avrebbe scovato. Eppure qualcosa non funzionò. La formula era giusta, ne era certo, ma allora dov'erano il sentiero segreto, i suoni celestiali e le mura imponenti e maestose? Il bosco restava nero e ostile, il vecchio si sentiva stanco e pesante, inciampava, il passo lento e incerto. Avrebbe voluto urlare, chiamare aiuto, ma dalla gola non uscivano parole, solo un gorgoglio profondo e una sorta di muggito cupo e lungo. La sete lo spinse al ruscello, poiché lo zaino era perduto e la borraccia non la trovava. Si sporse sull'acqua scura per bere e vide la propria immagine riflessa, vide che era un vecchio, un vecchio cervo braccato. Della città invisibile nemmeno l'ombra, mentre sentiva gli spari sempre più secchi e vicini, e i cani. Nel buio, vide il guizzo bianco di un ermellino.
Il vecchio cervo fu l'ultima preda di quell'anno, ché i giorni seguenti furono improvvisamente gelidi e terribili, l'inverno lungo, triste la primavera, arida e avara l'estate, e così per anni e anni, nove volte bosco e nove volte prato.
midable
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"Hai sentito di Zampedri?"
Tutti abbiamo un ex-compagno-di-classe-delle-medie, a suo tempo esperto di raudi e minerva e cinquantini, stritolatore possente o picchiatore tutto nervi, bocciato più volte e con un fratello in carcere, competente esploratore di cimiteri e case diroccate suburbane. Uno di quelli di piazza San Vigilio, per dire.
Poi un giorno ti trovi suo figlio tra gli alunni della prima (ha già undici anni!), o viene a ripararti il tubo che perde, o finisce sul giornale per qualche storia losca finita male.
Ormai lui ha il suo mondo, tu hai il tuo. Le vostre vite si sono sfiorate anni fa, i due mondi si sono parlati, forse ti ha anche pestato un giorno, senza motivo. Poi il liceo e l'università e il resto ti hanno regalato un mondo protetto, lontano da piazza San Vigilio.
Puoi leggere "Il giardino di cemento" e Carver e Salinger, ma non sarà mai la stessa cosa. (Comunque leggili.)
midable
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| "Le Troiane" |
| Jozu e Anastasia nella parte di Cassandra |
| Merano, 1999 |
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Quattro thopaiuoli a caccia di storia nelle gallerie sconnesse del Lagazuoi, o più che altro a tirar craniate sui crozzi e maledire il proprio metro e ottanta e lo scarso voltaggio delle luminarie.
Da sinistra Milieu, Kae, il sottoscritto e il caporale di giornata Brök.
midable
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Merano preferisce
Merano preferisce stare a guardare, senza rischi. Passa Kafka, passa Rilke, passa Sissi, passano le SS, i bombardieri passano rombano sganciano massacrano, Merano si mette nel suo angolo zitta, è città ospedale, viene risparmiata. Passa Maradona, passa Pavarotti, passa il Giro, passa il Milan, passa Andreotti.
A Merano crescono le palme e i cedri del Libano, con i cavoli e i fiori si fanno le famose aiuole colorate, a forma di cavalli orsi canoe, alcune dopo un po' puzzano. Ridente cittadina nell'ubertosa conca, Merano in primavera sghignazza dell'ospite germanico con pantaloncino scamosciato, calza di lana scarpone alpenstock e stemmino ricordo del Rifugio. In inverno invece, Merano si sollazza alla vista della buffa famiglia romana, smarrita impellicciata rumorosa e straniera, il piede soffocato nell'inutile doposci (c'è più neve a Campobasso).
midable
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prologo 'Na mattina ero al Piccolo, tranquillo, arriva Chicco e mi fa, ciao Vanni 'scolta ti devo dire 'na roba. Dimmi. Hai sentito, no?, che l'anno prossimo arriva l'euro? E mi spiega l'idea. Lì per lì ho detto te sei matto, vuoi andare in grane, ma di quelle grosse anche, poi ho fatto due conti, e effettivamente. Chicco sei un genio, gli ho detto, e ci siamo fatti un goccio.
epilogo All'Aeò c'è sempre quell'aria un po' così che ti mette tristezza, però costa poco, e allora. "Il vino anche è suo?" Sì, e anche il calzascarpe. (Il calzascarpe lo prendo così arrivo a 32 euro.) "Zwoaundraisich oiro, trentadue oiro, prego." Glieli do. "Dei sain net zwai oiro! Quela non è una moneta da due oiro, è da cinquecento lire." Mavà, fa vedere, agià te ghe rasòn, me son sbagliato. (Questa non ci casca mai, stronza). Mi tocca fare la spesa da 'naltra parte. Bella idea el g'ha 'vuto el Chicco, "metti da parte le cinquecento lire, vedrai, diventi ricco in un botto",'desso dove le metto tutte quelle monete? Lo so io dove gliele metto.
midable
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E' andata bene.
Da un punto imprecisato M nella Mitteleuropa, alla stazione di Bologna, città dove i fiumi non hanno ponti e i ponti non hanno fiumi. In treno. Un dejà-vu dei miei anni di università. A Mezzocorona l'odore della vendemmia e della fermentazione pervade silenziosamente i vagoni, rumorosamente ragazzotti nonesi invadono i sedili di fronte. Parlano di scooter truccati, di aerei a reazione; in testa hanno colla per carta da parati. A Verona mezz'ora di pausa, mistero che si perpetua. C'è lo smistamento. A Mirandola sale un ragazzo con la faccia pulita, la valigia e lo zainetto. Saluta la ragazza dal finestrino, lui torna a casa sua, a Roma, lei è carina. Lui ai genitori di lei deve aver dato un'ottima impressione, tanto un bravo ragazzo, specialmente alla madre, istruito, sorridente, gentile. Tira fuori il libro di scienze delle costruzioni, finge di studiare, ci prova, ma l'emozione è ancora forte, è andata bene, sono piaciuto ai suoi. Forse la sposerò, gli scappa di pensare. Si era preparato bene, il discorso sui telefonini, che fanno più male lontano dal ripetitore e tutto il resto, insomma il suo repertorio. Poi tante cose non le ho neanche potute dire, non c'è stato il tempo, i genitori di Laura sono brave persone, mi sono trovato bene, a mio agio. Adesso parla con la signora di fronte, ancora il discorso sui telefonini, quello sui musei della scienza che in Italia non ci sono, il collo è un po' rigido ma è un bel ragazzo pensa la signora, parla bene avrà un futuro, che peccato che il Denis, il nipote della Ida, non ha voluto studiare, che peccato guarda. Parla con la signora, lei non lo ascolta, la tensione si scioglie, l'emozione si stempera. Forse dopo Firenze si farà un bel sonno.
midable
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