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Noi matti (12)
[al telefono]
"sta arrivando il 21, io lo prendo, poi dopo chiedo all'autista quand'è l'ultima corsa per tornare a casa"
[pausa]
"ah no no, io non ho mica litigato col barista, è che in quel bar lì c'è sempre delle situazioni che sinceramente, perché delle volte c'è del cliente che non so mica io, adesso chiedo all'autista"
[pausa, parla con l'autista, ma senza riattaccare]
[di nuovo al telefono]
"perché queste poi son le realtà sociali, che poi dopo noi abbiamo i coglioni completamente bruciati"
[pausa]
"a parte il fatto..."
[scende]
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| antitrust |
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Israele, 10 luglio 2006
"Stanotte l'Italia ha vinto i Mondiali e con tutti i festeggiamenti e i clacson fuori a Haifa, mi posso immaginare la pura felicità che si respira per le strade in Italia in questo momento... siamo felicissimiiii!!!!"
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Israele, 7 luglio 2006
"Nel caso vi siate chiesti cosa fosse successo al mio blog, è ancora vivo, ma diciamo che è rimasto in ibernazione per un po'. Ammetto che è tutta colpa mia e spero che voi, i miei lettori (c'è nessuno?), mi perdonerete mentre raccolgo le idee. Tornerò presto, promesso. Non posso stare via troppo a lungo..."
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Libano, 28 giugno 2006
"Conto alla rovescia per lo spettacolo "Once Upon a Dance": 9 giorni
Stato generale: primi sintomi di paura del palco.
Allenamento di ieri: ballato come una papera.
Aspettative: disastrose.
Conclusione: però dovete venire lo stesso :) "
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Libano, 22 giugno 2006
"Vogliamo bene ai rumeni e apprezziamo il loro contributo di forza lavoro all'economia libanese, specie in estate. Qualcuno potrebbe supporre che sottraggano lavoro a noi libanesi, ma non è vero perché i libanesi non farebbero mai alcuni dei lavori che i rumeni cercano di procurarsi."
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Noi matti (11)
Un grosso frigorifero bianco abbandonato in via Montello vicino ai cassonetti. Tre ragazzi cingalesi si fanno fotografare e sorridono soddisfatti davanti al frigorifero, come se fosse il Colosseo o che ne so, la Torre Eifel.
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Ottava piaga: le cavallette
BOLOGNA- Straordinaria invasione di cavallette in queste ore a Bologna. Migliaia di orribili locuste hanno già portato il flagello nelle campagne della cintura e della bassa, ed ora minacciano la periferia del capoluogo emiliano. La popolazione inerme, già provata dalla canicola e scossa per i recenti fatti di sangue, deve ora subire quest'ulteriore prova. Gli anziani rinunziano agli svaghi e si rinchiudono in casa, mentre per le strade foltissimi sciami di odiosi ortotteri verdognoli, spinti dalla fame arrivano ad attaccare donne e bambini e - qualche volta - persino gli uomini.
"E' intollerabile" dichiara Manuzzi, consigliere leghista al quartiere Saragozza, "questi animali andrebbero sterilizzati. Andremo a stanarli uno per uno e li accompagneremo alla frontiera trascinandoli per le orecchie, questi clandestini." Nel pomeriggio un'imponente corteo di molte decine di persone si snodava tra Piazza Nettuno e Palazzo D'Accursio, paralizzando il traffico sulla tangenziale per molte ore. I cittadini chiedono risposte in tempi rapidi, al grido di "chi non salta cavalletta è, è!".
Dal Presidente Casini un invito alla pacatezza: "Bologna è città di salde tradizioni democratiche e in questo momento di difficoltà saprà mostrare fermezza e moderazione, senza salti nel buio." "Terremo le antenne sollevate, ma non cambieremo il nostro stile di vita.", gli fa eco il ministro dell'Interno Pisanu "Pur nell'emergenza, le leggi attuali consentono di dare risposte adeguate ed efficaci".
Parole apprezzate anche dal sindaco Cofferati, che annuncia entro giovedì un'ordinanza per ripristinare la legalità.
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| disordini in piazza |
| Bologna |
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| fotocopia |
| Bologna, Palazzo d'Accursio, inizio secolo |
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| in cucina ogni mattina il sole |
| Bologna, Via Dotti, estate |
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| una sera normale |
| Bologna, Piazza Santo Stefano, estate |
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Le lenticchie di Babilonia
La storia delle lenticchie di Babilonia - ricordo - mi tenne in sospeso fino in fondo. Tutto era perduto, mancavano soltanto poche pagine alla fine, non poteva finire così - o forse sì? - perché questo avrebbe stravolto tutte le mie certezze, e il mondo non sarebbe più stato lo stesso. Sarei andato ancora a scuola l'indomani, avrei rivisto Christian e Maura e la maestra, mia madre avrebbe cucinato il risotto e i vetri si sarebbero ancora appannati? Non ne ero più così certo, ora, e mancavano ancora poche pagine.
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| e poi c'erano gli aquiloni |
| Cervia, ogni anno |
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| nessuno |
| Appennino tosco-emiliano, marzo 2004 |
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Il bigbeng
Non sai proprio niente, mamma.
Quando sei bambina e a scuola l'altro giorno hai fatto il bigbeng e scopri che la mamma pensa che è una torre, il bigbeng, fai un respiro grosso.
Ma quale torre, mamma. Che risate. Il bigbeng è quando tanto tanto tempo fa, prima della nonna e della bisnonna e della bis-bis-bis-bisnonna, il mondo era piccolo così che ci stava in una pallina e rimbalzava su su su e esplodeva e poi c'era il mondo con i fiumi e i vulcani e i cani e i gatti e i dinosauri.
E' bello andare a fare lo sciopping con la mamma, ma lei non sa proprio niente.
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| la Camargue, trois couleurs |
| un'estate degli Anni Novanta |
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C'è qualcuno là fuori
Doveva aver sentito un rumore, una voce o qualcosa: strano, io non avevo sentito nulla. Fingevo di dormire; tra le palpebre socchiuse mi arrivava la luce bianca della tenda, poi l'ombra lunga e sottile delle sue gambe, in punta dei piedi, nuda. Continuai a guardarla, chissà da quanto tempo era già sveglia, cosa guardava poi, dalla finestra. Da bambini si diceva che se stringevi sottili sottili le palpebre, potevi vedere l'anima, delle persone. Credo, non so per quanto, mi riaddormentai. Quando tornò di corsa nel letto mi svegliò il suo abbraccio stretto, le unghie, tremava, gli occhi sbarrati, ansimava, era bianca, che c'è Laura? Laura, che hai visto? Non potevo credere che un mese prima non la conoscevo neppure, che c'era stata una vita prima, una vita senza. Un Natale di rabbia e noia, un Capodanno di rassegnazione, giorni passati a farmi meno domande possibile, a lavorare fino a tardi, inventarmi di essere indispensabile e in ritardo, terribile ritardo, scusami non posso, a costruirmi un meticoloso castello di stress, nascondermi. C'era stato il caso di quel foglietto, al ponte Stalingrado sopra la ferrovia, qualcuno aveva trovato questa busta con l'addio breve e asciutto, la scrittura di donna, un terrore rappreso. Solo che non c'era il corpo, qualcuno diceva di aver visto un'ombra. Il capo mi disse Russo lascia stare, non possiamo star dietro a tutti i mitomani di questa città. In Ugo Bassi c'era sempre quello ossessionato da Maurizio Costanzo, "Maurizio Costanzo perseguita le donne che mi conoscono", scriveva sui muri. Ma qui era diverso, presi di nascosto il biglietto e me lo portai a casa. Passai tutta la notte a studiarmi quella scrittura, ricordo le piccole o, le elle piegate. Doveva essere ancora in qualche cassetto, nascosto nell'agenda dell'anno vecchio, ma dove? Laura non rispose, prese un foglio dal comodino e una biro. Scrisse c'è qualcuno là fuori. Adesso, se chiudevo sottili le palpebre, vedevo solo il bianco dei suoi occhi. Dove ci eravamo visti la prima volta? Non riuscivo a ricordare, mi alzai, attraversai la stanza, scostai un po' la tenda. Da dove veniva, cosa faceva, quali erano la sua musica i suoi libri, non ricordavo nulla. Fuori non c'era nessuno. Non c'è nessuno Laura. Laura, dove sei? Sul letto era rimasto solo un biglietto. "C'è qualcuno là fuori, devo andare". Le piccole o, le elle piegate.
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Noi matti (10)
Mi viene in mente la storia -vera- di uno che a Bologna ha ritrovato la sua bici appena rubata, con in sella uno che pedalava come un matto.
Lo insegue in macchina su per via Toscana e al ponte di San Ruffillo lo raggiunge. Quello -un rumeno- dice guarda non sapevo che fosse tua, me l'hanno venduta in piazza Verdi. Lasciamela fino a domani, stasera devo essere a Roma, domani te la riporto.
A Roma?! Beh, sì, quello che mi ha venduto la bici ha detto che posso farcela in serata.
Buon Natale---
[a tutti quelli che almeno una volta hanno pensato di potercela fare, in serata]
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| Matera, calata Ridola |
| ottobre 2003 |
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| Matera, patrimonio dell'umanità |
| ottobre 2003 |
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| Costa Azzurra |
| un'estate di fine secolo |
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Due sogni
Era da un po' di tempo che i sogni mi sfuggivano all'alba. Stamattina due di loro sono rimasti impigliati nella memoria, ed eccomi a narrarveli.
A ben vedere, niente di che. Bisogna accontentarsi.
Sogno numero uno.
Mi annunciano che tornerò a scuola. Dopo anni di pensierini, temi, temini, interrogazioni, compiti in classe e altre torture, dopo aver finto d'essere maturo e dottore, qualche burlone in cravatta, con una faccia tosta da campione (accidenti se lo piglio!) e un tono compiaciuto, mi annuncia trionfante la mia iscrizione al Primo Anno del Liceo Scientifico.
Punto e a capo, si ricomincia.
Ma perché poi lo scientifico? Mah. Ebbene, e io che faccio? Come reagisce l'ingenuo che vi sta di fronte, anzi il fessacchiotto che scribacchia, insomma il sottoscritto, io, l'imbecille?
Non reagisco sdegnato, non gli rido in faccia sbattendo la porta, non accartoccio il sogno in una ridicola palletta come avrei dovuto.
No. Alla sola idea di ricominciare da capo, in un'altra scuola, un'altra vita, un supplemento di adolescenza posticcia, mi sono entusiasmato. Ho pensato (testuali parole) "adesso che sono fisico sai che bella figura allo scientifico?".
Che cretino.
Sogno numero due.
Stavolta su un treno. Il treno va veloce, velocissimo anzi, e un vento sferzante gli viene contro, una bufera. La locomotiva fende l'aria. I vagoni, ottocenteschi e parigini di legni orientali e intarsi e velluti e alabastri e chincaglierie, gli vanno dietro sferraglianti di attriti e tubi e valvole, vibranti di vetri incrinati che sembra che tutto debba spezzarsi e invece va, va. Il vagone è un vero lusso, una stanza d'albergo, una lunga suite lanciata sui binari, arredato con gusto, dispone di ogni agio, ma non ho certo il tempo di distrarmi, perdiana, le mutande! Ho lasciato le tue mutande in balcone, piove, si inzuppano, volano via, presto! Che domande, certo che il vagone ha un balcone, lungo stretto e fatiscente, ma pur sempre un balcone, ci mancherebbe, con quello che ho pagato!
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| Cannes |
| un'estate di fine secolo |
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| Napoli nei tuoi panni |
| novembre 2003, praticamente un anno fa |
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| Bologna, viaggia con quarantacinque minuti di ritardo |
| fine XX secolo |
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La pastiera
E' come un grande pranzo per il battesimo del nipote di tuo cugino. Tu sei invitato e non sai bene perché. Ti dicono, ecco, mangia. Gli antipasti sanno di muffa e la pasta è scotta? Non importa, è tutto gratis, mangia! Non ce la fai più, stai scoppiando? Dài, ancora uno sforzo, sei quasi arrivato in fondo, non vorrai arrenderti proprio adesso? Su coraggio, prendi un altro cannolo, assaggia un babà, finisci la cassata.
Questo è il mio dottorato, che finora mi ha procurato solo fatica, sudori, pesantezza di stomaco e una macchia sulla camicia. Dài non mollare, adesso ti metti là e scrivi una tesi - cosa vuoi che sia una tesi? - poi un giorno non si sa mai, è pur sempre un titolo in più.
No grazie. Quando ho visto la pastiera sul mio piatto, enorme, pesante, inutile, ho detto basta. Mi sono pulito le labbra col tovagliolo e l'ho appoggiato sulla tavola, ho bevuto piano un sorso d'acqua e mi sono detto: se voglio, posso essere libero.
Ora sono là, seduto, fermo, zitto, mentre tutti intorno a me chiacchierano e si abbuffano e si sforzano di sorridere. Tra qualche minuto mi alzerò, saluterò gli zii e me ne andrò.
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| Bologna, 23.34 |
| fine XX secolo |
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| Bologna, via delle Lame |
| fine XX secolo |
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"Hai sentito di Zampedri?"
Tutti abbiamo un ex-compagno-di-classe-delle-medie, a suo tempo esperto di raudi e minerva e cinquantini, stritolatore possente o picchiatore tutto nervi, bocciato più volte e con un fratello in carcere, competente esploratore di cimiteri e case diroccate suburbane. Uno di quelli di piazza San Vigilio, per dire.
Poi un giorno ti trovi suo figlio tra gli alunni della prima (ha già undici anni!), o viene a ripararti il tubo che perde, o finisce sul giornale per qualche storia losca finita male.
Ormai lui ha il suo mondo, tu hai il tuo. Le vostre vite si sono sfiorate anni fa, i due mondi si sono parlati, forse ti ha anche pestato un giorno, senza motivo. Poi il liceo e l'università e il resto ti hanno regalato un mondo protetto, lontano da piazza San Vigilio.
Puoi leggere "Il giardino di cemento" e Carver e Salinger, ma non sarà mai la stessa cosa. (Comunque leggili.)
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| Bologna, via de' Gessi |
| recentemente |
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| Sault, Provenza, festa della lavanda |
| anni Novanta |
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Alitalia (volo Bilbao - Malpensa, seconda parte)
Scavalcate le Alpi, le loro nuvole, sotto di noi c'è il disegno regolare di Torino, poi Superga, la collina verde, i villaggi sparpagliati, le vigne in ordine, il Monferrato. Un colpo di reni e l'ala si piega, via a sinistra!, a recuperare l'onda sinuosa del Po, l'imbuto ocra della Valle, sempre più larga, le anse verdi del Sesia, che resiste, resiste e vorrebbe tornare indietro, poi cede, perde il nome e l'onore in un fiume più piccolo di lui, shit. Un altro colpo di reni e scivoliamo nel cappuccino di smog che Milano ci prepara, una sospensione leggera di polveri, più sottili dei nostri pensieri, di noi già pronti a recuperare il bagaglio, lamentarci del disservizio, telefonare a casa, più sottili di noi.
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Trenitalia (espresso Milano - Lecce, prima parte)
Sull'espresso notturno Milano - Lecce ti aspetti la penombra delle tendine polverose, le gigantesche valigie e il sudore delle famiglie, il richiamo sonoro delle mamme, Gianluca vedi che chiamo al controllore!; ti aspetti il carrettino panini-birra-fanta-coca-sprait, gli scompartimenti stipati, i corridoi ingombri, le litografie rettangolari di Orvieto, Palmanova e Gallipoli.
Sì, è tutto come l'avevo lasciato tre, otto, vent'anni fa. Tutto uguale sembra; accanto a me un ragazzo tiene il figlio sulle ginocchia, sussurrando per tenerlo buono, parole calme, parole lente. La mamma è una ragazza molto giovane, gli occhi neri e grandi di speranze, magra e bella come un animale selvatico. Sembra tutto uguale a vent'anni fa, il signore timido sul seggiolino nel corridoio, la polo a righe, gli occhiali sottili, il sonno del suo ritorno a casa, la testa ciondolante fra Voghera e Piacenza, fra Reggio e Rubiera.
La luna è quasi piena e per il bambino è come fosse giorno, il mondo che scorre dietro al finestrino, di alberi fiumi e altri mostri che a Milano non aveva mai visto, è troppo grande per i suoi tre anni, è troppo bello per avere parole, e lui parole non ne ha, ma tutto un accavallarsi scomposto di vagiti urletti gorgoglii, rumori indecifrabili come la vita. Ha già tre anni e ancora non parla, che lingua dovrebbe parlare? I genitori, albanesi emigrati nella periferia di Milano, con lui parlano italiano, tra di loro albanese. Lui smarrito parla ancora quella sua lingua ingarbugliata e scoppiettante di rumori e suoni, che nessuno capisce. Tra due anni parlerà il milanese con la cadenza di Rozzano e l'albanese delle montagne di Kukes, e capirà più cose di noi.
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| nei pressi dell'ex Manifattura Tabacchi |
| fine Anni Novanta |
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| Argostoli, Kephalonia |
| estate 2003 |
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| Argostoli, Kephalonia |
| estate 2003 |
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Dal binario cinque anziché dal binario quattro.
Negli ultimi tempi i treni sono un po' più veloci. Guadagnano circa cinque minuti ogni ora di viaggio. Ma accidenti, com'è difficile amministrare il vantaggio. Così nelle stazioni principali l'interregionale sosta un po' più a lungo, all'incirca cinque minuti ogni ora di viaggio.
Adesso i fugaci addii delle coppie eteroscolastiche (lui universitario maturo, lei ingenua liceale, o talora l'inverso) si prolungano in logoranti divagazioni climatologiche ("che bel sole, eh?"), risatine sforzate e imbarazzanti silenzi dal finestrino.
Riuscirà Trenitalia SpA a lacerare i legami fondanti del nostro tessuto sociale?
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| Valencia, Penelope |
| dicembre 2003 |
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| Napoli, attività pomeridiane |
| novembre 2003 |
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| Napoli dalla finestra della cucina |
| novembre 2003 |
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Ogni tanto metterò qui qualche mia foto di Napoli. Le dedico a un napoletano che se ne è andato, uno della generazione dei rifugi antiaerei e dell'olio di merluzzo.
(Senza di lui, di Napoli che avrei capito?)
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Porta Nuova, panino col pollo.
Ho quaranta minuti, evito il bar della stazione: fuori c'è, oltre le fermate dei bus, vicino al fiume, un baracchino di panini e altra roba, con un po' di ombra e quattro tavolini di plastica.
La signora slava è gentile, "cosa che ti do?... panini c'è pollo, prosciuto e formagio, prosciuto crudo, focacia spec e formagio... bene pollo, ti metto salata pomodoro ketchup, sì?"
Ci sono due ragazze magrebine sedute a un tavolino con un anziano signore veronese. Fa caldo, ma lui tiene il cappello la giacca gli occhiali e anche - gelosamente - la tazza vuota del caffè. Evidentemente non capisce una sola parola di arabo, tuttavia si accontenta della compagnia. Una delle ragazze parla molto, l'altra ascolta molto e indossa disinvoltamente la divisa del noto calciatore straniero Shevchenko.
Al tavolino affianco - dominanti - tre ragazzi tunisini o simili. Il panino è pronto, pago i tre euro e posso sedermi, ore 19.27. Intanto nel vialetto alberato si sviluppa una lunga e sottile fila di auto, spontanea improvvisa e lenta come i lombrichi con la pioggia.
E' il momento di attraversare la strada, deve aver pensato uno dei ragazzi, alto riccio e dinoccolato, e infatti si alza e attraversa. Vede un uomo in una mercedes classe a, paonazzo che suda, e gli ride in faccia: "ehi ciccio! c'è il ciccio". Interrompe il flusso del suo discorso la ragazza magrebina al tavolino, si alza e va via col ciccio, mentre Shevchenko resta sola, perché anche il vecchio col cappello nel frattempo, senza far rumore, è sparito.
Non ci sarebbe nient'altro da dire, ma sono le 19.29 e io non ho ancora finito il panino col pollo. Perciò arriva il tossico, devastato come si conviene, accompagnato dalla madre premurosa al volante di una nera punto. Scende lui e ondeggia fino al baracchino, disegnando come un ballerino i tre quattro consueti gesti che compongono la sua armonica relazione col pusher. Pare di sentire le note cristalline e sospese dei violini e delle viole, mentre torna nell'auto materna col prezioso fagottino. Ma la madre non ha sensibilità per queste musiche celestiali, protesta e borbotta, lui la manda a fanculo. Dal sedile di dietro spunta la testa, tonda e curiosa, di un qualche fantolino non meglio identificato.
Va ormai esaurendosi il mio ruolo qui, e anche il panino. Passa dunque una bmw metallizzata decappottata, impomatata e vibrante di tonici ritmi tecno-beduini, e Shevchenko seduta si bea della bella camicia del nobile cavaliere dal volto ben rasato. Evidentemente io non capisco una sola parola di arabo, tuttavia si sente che la canzone parla di Antoine de Saint Exupery.
Almeno così mi è parso, sbaglierò.
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| Siena, contrada della Pantera |
| febbraio 2004 |
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| Appennino Tosco-Emiliano, salita al Monte Gennaio |
| marzo 2004 |
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Otto film a ottomila lire
Chi ha studiato a Bologna negli Anni Novanta non può non ricordare "Otto film a ottomila lire", il fulminante abbonamento del Cinema Apollo. Un'idea geniale che faceva convergere ogni sera centinaia di matricole, fuoricorso, fuorisede e altro in via Ventuno Aprile; li disponeva mansueti ed eccitati in lunghe file, mandrie, bolge. Mille lire un film, altre mille un bombolone caldo o una pizzetta, i trilli e le lucine dei microonde dei popcorn l'odore dolciastro fin sotto lo schermo fino ai titoli di testa. Poi basta, quasi buio, quasi silenzio: Bernardo Bertolucci, Novecento Atto Primo.
E dopodomani, Novecento Atto Secondo.
L'intera faccenda era gestita con pacatezza e determinazione da un intraprendente signore e dai suoi improbabili soci. Lui - lo ricordo magro e alto, elegante di muschio e naftalina, dignitoso nel gilè e giacca scura - stava al banchetto a fare gli abbonamenti e annunciare - all'improvviso con il suo tono nasale - Signori! La prossima settimana il capolavoro di Frensisforcòppola: Apocalisnàu!
E poi la signora biondo-placida dietro al vetro della cassa, dei sedili la peluria bordeaux (o smeraldo?), qualche ragazzotto stordito a controllare i biglietti, un altro bombolone alla crema, tutta una fauna di studentesse e studenti sudaticci e contenti. Un giorno, tàc, basta.
Arrivo là dopo i soliti quarantacinque minuti col trentanove, e già da lontano uno strano vuoto (niente bolgia?), le saracinesche abbassate (siamo così in anticipo?), qualche pallida studentessa, una risatina nervosa (cos'è successo? e quel biglietto cos'è?).
Ecco cos'è, un verbale dei caramba!, "[...] prontamente intervenuti in seguito ad una segnalazione [...] constatavano [...] il pavimento dell'atrio era venuto improvvisamente a cedere, provocando una voragine [...]". Lì per lì - incosciente! - mi sono fatto una risata, sembrava una goliardata o chennesò; stavo a pensare alla serata che era saltata e ai quarantacinque minuti col trentotto che mi aspettavano. Ma in quel momento si era chiuso un capitolo e noi non ce ne rendevamo ancora conto. Il fantastico businness era già sepolto in quelle macerie, e i quattro buffi soci - benefattori! - avrebbero a lungo annaspato, tentando invano di risollevare le sorti della loro magia con le dannate proiezioni del Ciclone di Pieraccioni.
L'anno scorso il cinema ha chiuso i battenti.
Addio Apollo, grazie.
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A fuoco
Spuntavano scope, scopettoni, ramazze e ombrelli, dal carretto a pedali del vecchietto. Veniva per Irnerio, passava per Riva Reno. Nella foto è appena tornato a casa, a fine giornata. Stavo lì a mettere a fuoco e scegliere l'inquadratura; i due vecchietti sembravano non vedermi neppure e parlavano fra loro una lingua sconosciuta, fatta di poche parole.

| due vecchietti, Bologna, via del Castellaccio |
| 1998 circa |
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| Valencia, L'Oceanogràfic |
| dicembre 2003 |
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| Valencia, Museu de les Ciencies |
| dicembre 2003 |
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| Bologna, spettro in via Azzo Gardino |
| fine XX secolo, doppia esposizione |
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| Bologna, piazza Maggiore dopo la pioggia |
| primavera fine anni '90 |
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| ragazza nel blu, traghetto Ancona - Igoumenitsa |
| estate 2003 |
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| la mappa di Cefalonia ed Itaca generatasi casualmente sul ponte del traghetto da Cefalonia a Leucade |
| acrilico su acciaio, estate 2003 |
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| disco, traghetto Ancona - Igoumenitsa |
| estate 2003 |
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| scale, traghetto Ancona - Igoumenitsa |
| estate 2003 |
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| sedie, traghetto Kephalonia - Lefkada |
| estate 2003 |
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| tubi, traghetto Ancona - Igoumenitsa |
| estate 2003 |
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| costa albanese, traghetto Ancona - Igoumenitsa |
| estate 2003 |
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L'incarico.
"L'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea..." Fu una vera rogna. A quei tempi ci si faceva i fatti propri e io per lo più trascorrevo i giorni in Cina o in Mongolia, a discorrer d'arte e a veder guerreggiare come si deve. Invece i Romani - diciamolo - erano noiosi. Flaccidi senatori, logoranti strategie, marmi eccessivi, cibi dolciastri, vini resinosi, poeti bucolici. Due palle. Un giorno mi chiama il capo e mi spiega la faccenda, che bisognava trovare questa ragazza, eccetera eccetera. La cosa poteva sembrar facile, detta così, ma ve l'ho detto: fu una rogna. Allora che faccio, vado in Palestina, inizio a girare, parlo con la gente (sono popolo di allevatori e contadini, questi, poche parole che gliele devi cavar fuori con la pinza), mi travesto, mi trovo due pecore, imparo il dialetto i proverbi i gesti, cammino rigido e lento come loro. Puzzavo già di ovile (ma come mi ci ero cacciato in quel guaio? mi par di sentirlo il Michele: "manda il Gàbriel che ci sa fare!" Prossima volta ci vai te!) e di ragazze neanche l'ombra. Stanno chiuse in casa, non parlano con gli uomini, per strada coperte, zitte, sguardo basso. Provo le maniere dirette e a momenti rischio il linciaggio: tutto il villaggio a inseguirmi coi bastoni e i cani ringhiosi per una notte intera! Allora mi faccio furbo e al villaggio dietro la montagna dico sono il tal tizio che era sparito vi ricordate di me? E loro per passare il tempo dicono quanto tempo dov'eri finito non ci posso credere, ma poi ci credono, anche il padre dello sparito. Dice figliolo sei tornato eccetera fate uccidere il vitello. Gran festa e così sono uno dei loro; si balla si beve si magna, si allentano i freni inibitori. Nella bolgia finalmente mi apparto con una locale e le spiego la faccenda in santa pace, ma quella prende fischi per fiaschi e comincia a guardarmi strano e sorride. Via, scappa di nuovo! e un'altra notte di inseguimenti (ma lei alla fine mi ha raggiunto). Insomma: "Dopo ripetuti vani tentativi di persuadere alcune giovani donne, appartenenti al Popolo Eletto, dell'incontestabile santità del Progetto, vista l'impossibilità di addivenire ad un accordo con alcuna di esse, ottenendo così la totale disponibilità della suddetta, il sottoscritto si vedeva costretto ad abbandonare la procedura standard e - riconosciuto il carattere d'urgenza dell'operazione - procedeva adottando le misure d'emergenza, con sfoggio autorizzato di ali luminescenti di categoria A. In fede..." Una firma e via, fatta anche questa.
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| giallo e nero, traghetto Kephalonia - Lefkada |
| estate 2003 |
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| sicurezza, traghetto Ancona - Igoumenitsa |
| estate 2003 |
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| risveglio, traghetto Ancona - Igoumenitsa |
| estate 2003 |
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| scialuppa di salvataggio, traghetto Kephalonia - Lefkada |
| estate 2003 |
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Valencia
Volevi andare a Barcelona ma ti sei addormentato sul treno? devi imbarcarti per Ibiza e uno sciopero ti blocca?
Questi e altri motivi conducono il viaggiatore nella terza città di Spagna, tre milioni di abitanti: Valencia. Metropoli seria, moderna e operosa, si dipana in un reticolo ininterrotto di svincoli e sobborghi e centri commerciali, offrendo al turista qualche piazza, chiese, quattro ore di siesta, due palazzi e un mercato coperto, e poi via! tutti al lavoro, non siamo qui per divertirci.
Salida/eixita. Valencia è bilingue, così quel che suona strano in castigliano, magari è più familiare in valenciano. Meglio così.
Arance! Valencia è la patria delle arance, perciò mangiando l'ennesima paella potreste incontrare una romagnola, commerciante di frutta in viaggio d'affari. Al tavolo affianco invece, quel ragazzo con tapas e cerveza cavalca disinvolto discorsi spagnoli, col suo accento bergamasco; ipnotizza il cliente stordendolo di affabili tecnicismi, eccolo! ora l'entusiasmo lo travolge, apre la borsa nera e ne estrae fiero lo strumento perfetto, orgoglio della sua produzione lombarda, gioiello della tecnica si snoda sinuoso: un tubo da doccia!
Fosse per gli spagnoli, si starebbe a tavola fino a mezzanotte, l'una, le due, ma allora scordatevi metropolitane e tram. Perciò vi avviso, la strada dal mare (dove c'è La Pepita, buon ristorante, ma certo non a buon mercato) fino al centro, a piedi è lunghetta; d'altra parte in passato la distanza proteggeva la città dai pirati. E vabbe'.
In centro invece (calle Juristas 4) c'è Bodegò de la Salieta, e lì con quindici euro vi fate il menù, tapas e paella comprese. Ottimo. In ogni caso, dovunque andiate, uscendo puzzerete di fritto; a Valencia la cappa aspirante non è ancora arrivata.
Però è arrivato il kitsch, vagonate di kitsch, specialmente a Natale. Lampadine sulle palme, angeli giganti e cristi seriali, c'è da divertirsi. Al museo d'arte (ingresso gratuito) un'intera sala è dedicata a vedute di Napoli(!).
Sì, forse Valencia qualcosa dell'aria partenopea ce l'ha; prendete Napoli, toglietele i vicoli, il vociare, gli scugnizzi, disinfettatela, spianate le colline, ecco, va bene così, quella è Valencia. Adesso ci si può fare la Coppa America.
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prologo 'Na mattina ero al Piccolo, tranquillo, arriva Chicco e mi fa, ciao Vanni 'scolta ti devo dire 'na roba. Dimmi. Hai sentito, no?, che l'anno prossimo arriva l'euro? E mi spiega l'idea. Lì per lì ho detto te sei matto, vuoi andare in grane, ma di quelle grosse anche, poi ho fatto due conti, e effettivamente. Chicco sei un genio, gli ho detto, e ci siamo fatti un goccio.
epilogo All'Aeò c'è sempre quell'aria un po' così che ti mette tristezza, però costa poco, e allora. "Il vino anche è suo?" Sì, e anche il calzascarpe. (Il calzascarpe lo prendo così arrivo a 32 euro.) "Zwoaundraisich oiro, trentadue oiro, prego." Glieli do. "Dei sain net zwai oiro! Quela non è una moneta da due oiro, è da cinquecento lire." Mavà, fa vedere, agià te ghe rasòn, me son sbagliato. (Questa non ci casca mai, stronza). Mi tocca fare la spesa da 'naltra parte. Bella idea el g'ha 'vuto el Chicco, "metti da parte le cinquecento lire, vedrai, diventi ricco in un botto",'desso dove le metto tutte quelle monete? Lo so io dove gliele metto.
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Napoli
E' una chiesa spoglia, austera, semplice, per qualche misteriosa ragione risparmiata dal barocco affastellarsi di marmi e reliquie e ori e stucchi, e virtuosismi di scultori e vanità di marchesi, baroni e viceré. Nulla. La pietra se ne sta ruvida ad ascoltare. Una donna anziana va per i banchi, con passo incerto, un rosario nelle mani, i capelli un po' spettinati. Si avvicina, guarda un affresco, parla tra sé. "Maronna quant'è bello quel dipinto" (rapita) "E' bello, è bello proprio" (il rossetto un po' sbavato. Sospira) "Ma quel Gesù è chiù bello ancora, maro' guarda come sorride, pare che parla. Gesù gesù gesù! Gesù tu esisti veramente, tu non sei una favola, tu esisti. Mo' ci sta pure la Madonna del Giugorio, e quello è la prova che tu esisti! Gesù gesù..."
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Sottopassaggi.
Ore 17.23 al binario 12 di Verona Porta Nuova la Brava Ragazza col trolley antracite Samsonite e la borsetta Kipling sale sull'interregionale per il Brennero, ferma a Domegliara Sant'Ambrogio Ala Rovereto Trento Mezzocorona Ora e, dopo sensibile accelerazione, Bolzano. Ore 17.48 dopo la consueta sosta i vagoni si avviano a lasciare la città di Romeo e Giulietta, per inoltrarsi sinuosi nella Valle dell'Adige; il convoglio viaggia con tre minuti di ritardo per motivi indipendenti dalla società Trenitalia; la Brava Ragazza siede composta, consulta il suo telefono cellulare, è slanciata o è minuta, è bionda o castana, liscia o boccoluta. Ore 18.04 le sorelle Fronton da Domegliara dirette a Trento a trovare la cugina Roberta e il nipote medico Christian, trovano posto nel vagone; la Brava Ragazza si mostra cortese, la conversazione ha piacevolmente inizio. Ore 18.22 ella indossa col medesimo orgoglio la camicetta donatale dalla zia ed il suo ultimo meritato trenta e lode; le sorelle Fronton ammirano il fiorire promettente della Brava Ragazza, la pelle liscia, il tono sicuro; imperturbabile alle scosse del convoglio sui binari, ella enumera i propri successi e le difficoltà. Ore 18.31 onesta e risoluta "non voglio pesare troppo a lungo sulla mia famiglia" ha deciso "è una questione di orgoglio"; le sorelle Fronton approvano, parlano a turno di spirito di sacrificio, dei loro tempi, dei giovani d'oggi. Ore 18.44 l'ora delle confidenze. Le sorelle Fronton - che la Brava Ragazza la vedrebbero ottimamente maritata, per esempio, col nipote medico Christian - indagano. "Sono stata innamorata" risponde ella senza un tremore "Se così si può dire, ho perso molto tempo. Adesso do la precedenza allo studio, non posso più permettermi di innamorarmi." Ore 18.51 le sorelle Fronton alla stazione di Trento salutano e si dileguano con un brivido nelle scale del sottopassaggio; la Brava Ragazza seduta composta sfoglia la rivista femminile, gli appunti di algebra e il proprio invidiabile spirito di sacrificio.
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Matera.
/1 Donne bambini uomini animali tra tafàni e il sudore nelle caverne di tufo, a mondare il grano a pestare l'uva e a scavare ancora, alla maniera dei manovali di Cappadòcia, a ché il sole picchiasse in fondo alle viscere del suolo sui tini, picchiasse e sparisse poi, lasciando il tepore della fermentazione, o dei suini il tanfo, il fetore, il tifo, l'occhio stanco. Prima che Alcide De Gasperi con decreto ministeriale, immediata esecuzione coatta, le camionette dei carabinieri evacuasse le cave popolose, sgomberare ripulire - svelti! - una nuova città, cancellare lo scandalo di una malsana promiscuità bestiale, prima del 1952 qualcuno è stato qui, ha visto Matera, ha scritto di una città di transito o purificazione, delle sue anime tormentate.
/2 Nella roccia lucida, bianca, scale. Archi, volte, di case, di passaggi, di palazzi, finestre. A salire, a scendere, necessariamente a risalire, e viceversa. Alloggia alla Locanda, a volte per un attimo lo si vede passeggiare, lì sotto - dove? - dietro il muro adesso. Disegna mani che disegnano mani, oche che migrano in pesci, scale bianche lucide nella roccia. A salire, a scendere.
/3 Matera ha la metropolitana: un treno in un buco.
/4 L'autobus sostitutivo delle Ferrovie Appulo-Lucane si prende dietro la stazione di Bari, vicino alla fermata per Brno, costa 3.60 euro, attraversa il Messico di Altamura.
/5 Telefono, chiedo. Dice: da Potenza a Napoli c'è liscio. Come? C'è liscio. Ah grazie buonasera. "C'è liscio"? che avrà voluto dire? Interpreto "non ci sono possibilità, mancano i collegamenti" e già ci ho messo una bella pietra sopra, poi dopo qualche giorno su internet trovo: "Collegamenti Potenza-Napoli, Autolinee Liscio".
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Contatti.
Domenica mattina, ore 10.42, dormivo. Suona il telefono. - La Messa è alle 11 o alle 11.30? - Non lo so. - Come non lo sa?! - Ma perché dovrei saperlo? - Non è la chiesa? - No. - Ah mi scusi (riattacca). Due cifre, basta scambiare due cifre, e divento don Ottavio. Mi chiedono le date dei matrimoni, informazioni su battesimi e funerali. Qualche volta sto al gioco; posso dispensare consigli, invitare al perdono, alla pazienza. La gente mi crede, cercano un contatto.
- Pronto, don Ottavio? (Una donna, adesso mi chiederà l'orario del catechismo) - Sì? (come mi viene bene la voce pacata) - Sono la signora Melozzi (le trema la voce, fa un lungo silenzio) - Sì? (Ma don Ottavio la conoscerà bene questa signora Melozzi? e perché singhiozza così? cos'è successo? Assumo un tono neutro) sì, mi dica (insisto, ma già sento che vorrei tornare indietro) - Questa notte la signora Luisa (la voce trema, si interrompe) la sua povera sorella (tace, singhiozza) Riattacco. Oddio, e adesso? Quella pensa che io stia piangendo per mia sorella, che io sia don Ottavio e che io abbia capito e che stia piangendo, e invece. Adesso chi glielo dice a don Ottavio?
Due cifre, basta invertire due cifre, mi sembra di chiamare me stesso. Che voce avrà, cosa gli dico?
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Viaggi nel tempo.
In Abruzzo ci sono paesi dove il dialetto è l'albanese. Sono arrivati dalla Shqiperia nel 1400 o giù di lì e parlano ancora la lingua di quei tempi. Con gli albanesi di oggi si capiscono poco e male. Sarebbe come incontrare per strada Lorenzo il Magnifico e scambiare due chiacchiere. In Brasile c'è un paese pieno di emigrati trentini. Si chiama Vigolo, omaggio nostalgico a Vigolo Vattaro, paesino dell'Alta Valsugana. Gli abitanti non sanno l'italiano, non vi capiscono; soltanto portoghese brasiliano, oppure dialetto trentino. L'emigrazione produce, decenni o secoli dopo, strani viaggi nel tempo. Vinicio Capossela, figlio di un leccese e una tedesca, nato da qualche parte nel cuore industriale d'Europa, parla con cadenze straniere, suona musiche su cui avrebbe ballato mia nonna, mescola malinconie di rose e addii, stramberie di manometri scafandri vapori. Sul palco cresce traveste trasporta trasforma esplode, poi ghigna sussurra langue sprofonda scompare riemerge, da dove è venuto, dov'è, dove siamo, che anno è? Che importa.
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E' andata bene.
Da un punto imprecisato M nella Mitteleuropa, alla stazione di Bologna, città dove i fiumi non hanno ponti e i ponti non hanno fiumi. In treno. Un dejà-vu dei miei anni di università. A Mezzocorona l'odore della vendemmia e della fermentazione pervade silenziosamente i vagoni, rumorosamente ragazzotti nonesi invadono i sedili di fronte. Parlano di scooter truccati, di aerei a reazione; in testa hanno colla per carta da parati. A Verona mezz'ora di pausa, mistero che si perpetua. C'è lo smistamento. A Mirandola sale un ragazzo con la faccia pulita, la valigia e lo zainetto. Saluta la ragazza dal finestrino, lui torna a casa sua, a Roma, lei è carina. Lui ai genitori di lei deve aver dato un'ottima impressione, tanto un bravo ragazzo, specialmente alla madre, istruito, sorridente, gentile. Tira fuori il libro di scienze delle costruzioni, finge di studiare, ci prova, ma l'emozione è ancora forte, è andata bene, sono piaciuto ai suoi. Forse la sposerò, gli scappa di pensare. Si era preparato bene, il discorso sui telefonini, che fanno più male lontano dal ripetitore e tutto il resto, insomma il suo repertorio. Poi tante cose non le ho neanche potute dire, non c'è stato il tempo, i genitori di Laura sono brave persone, mi sono trovato bene, a mio agio. Adesso parla con la signora di fronte, ancora il discorso sui telefonini, quello sui musei della scienza che in Italia non ci sono, il collo è un po' rigido ma è un bel ragazzo pensa la signora, parla bene avrà un futuro, che peccato che il Denis, il nipote della Ida, non ha voluto studiare, che peccato guarda. Parla con la signora, lei non lo ascolta, la tensione si scioglie, l'emozione si stempera. Forse dopo Firenze si farà un bel sonno.
midable
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Il finale è noto.
Marco Bellocchio ha fatto un film sulla libertà. O sulla prigionia. Si chiama "Buongiorno, notte" e racconta i giorni del rapimento Moro. Nel film nessuno è libero e tutto è prigione. L'appartamento cupo, con le sbarre alle finestre, la porta blindata, la paura dei ladri (o dei poliziotti, è uguale), la tv sempre accesa, la Carrà, Montesano, il tg, è la prigione di Moro, anche dei brigatisti, anche la nostra. Lei fa un lavoro di carte e timbri e polvere al ministero; si finge felicemente sposata e appena è in casa si libera con rabbia della fede fasulla che le stringe il dito. Anche narrativamente non c'è libertà possibile. Fin dalla prima scena del film il finale è noto. Chi prova a cambiarlo o viene arrestato o sta semplicemente sognando.
midable
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