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Noi matti (12)
[al telefono]
"sta arrivando il 21, io lo prendo, poi dopo chiedo all'autista quand'è l'ultima corsa per tornare a casa"
[pausa]
"ah no no, io non ho mica litigato col barista, è che in quel bar lì c'è sempre delle situazioni che sinceramente, perché delle volte c'è del cliente che non so mica io, adesso chiedo all'autista"
[pausa, parla con l'autista, ma senza riattaccare]
[di nuovo al telefono]
"perché queste poi son le realtà sociali, che poi dopo noi abbiamo i coglioni completamente bruciati"
[pausa]
"a parte il fatto..."
[scende]
midable
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Israele, 10 luglio 2006
"Stanotte l'Italia ha vinto i Mondiali e con tutti i festeggiamenti e i clacson fuori a Haifa, mi posso immaginare la pura felicità che si respira per le strade in Italia in questo momento... siamo felicissimiiii!!!!"
midable
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Israele, 7 luglio 2006
"Nel caso vi siate chiesti cosa fosse successo al mio blog, è ancora vivo, ma diciamo che è rimasto in ibernazione per un po'. Ammetto che è tutta colpa mia e spero che voi, i miei lettori (c'è nessuno?), mi perdonerete mentre raccolgo le idee. Tornerò presto, promesso. Non posso stare via troppo a lungo..."
midable
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Libano, 28 giugno 2006
"Conto alla rovescia per lo spettacolo "Once Upon a Dance": 9 giorni
Stato generale: primi sintomi di paura del palco.
Allenamento di ieri: ballato come una papera.
Aspettative: disastrose.
Conclusione: però dovete venire lo stesso :) "
midable
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Libano, 22 giugno 2006
"Vogliamo bene ai rumeni e apprezziamo il loro contributo di forza lavoro all'economia libanese, specie in estate. Qualcuno potrebbe supporre che sottraggano lavoro a noi libanesi, ma non è vero perché i libanesi non farebbero mai alcuni dei lavori che i rumeni cercano di procurarsi."
midable
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L'ermellino bianco
Giù in paese, negli anni più difficili, quando l'inverno ghiaccia il respiro o la siccità d'agosto brucia il foraggio nei prati, non appena un contadino la sera comincia a lamentare la propria cattiva sorte, uno dei vecchi lo guarda severo, e quello tace. Lo sanno tutti, infatti, quel che accadde in un brutto giorno di tanti anni fa, proprio qui nella valle. Quell'anno i mesi estivi erano stati avari di piogge; le bestie soffrivano e davano poco latte; gli animali selvatici - conigli, caprioli e cervi - erano migrati oltre le montagne, verso valli più fresche e rigogliose; persino gli orti dietro le case davano frutti piccoli e raggrinziti. Poi era venuto un inverno gelido e senza neve, e nella valle i cacciatori vagavano sfiduciati, e tornavano a casa solo con qualche cornacchia tutta ossa, e poi non c'era la polenta. In un pomeriggio novembrino, quando ormai la giornata sembrava trascorsa senza successo e le ombre già si allungavano, un giovane cacciatore vide nel bosco scuro il guizzo bianco di un ermellino. Stava per sparargli, ma quello svaniva dietro gli alberi e ricompariva un attimo dopo da un'altra parte dietro un masso, e di nuovo scappava. Il giovane lo inseguì e ancora prese la mira, ma l'ermellino ogni volta gli sfuggiva. Attraversarono così boschi e forre, gole e pietraie, fino a una valle che il cacciatore non aveva mai visto prima. Ancora una volta l'ermellino era sparito, ed ora il giovane credeva che non l'avrebbe più ritrovato, e già si stava chiedendo come sarebbe tornato indietro, visto che non riconosceva i luoghi e la notte lo avvolgeva con le sue dita gelide. Ma poi dietro una roccia, proprio sull'orlo di uno spaventoso precipizio, c'era l'ermellino bianco, fermo immobile che lo guardava con occhi di brace. Non aveva scampo. Il giovane cacciatore alzò il fucile e le mani gli tremavano, non avrebbe saputo dire se per il freddo, la fatica o la paura che lo gelava. L'ermellino aveva infatti gli occhi delle streghe o delle fate, e sembrava che capisse perfettamente il proprio triste destino. Ma poi l'animale fatato parlò, con una voce grave che suonava familiare, e veniva dalla notte dei tempi: "Sei un giovane tenace e coraggioso, e meriti fortuna. Risparmiami perciò, perché non sono quello che sembro, sono vecchio e saggio, nove volte bosco e nove volte prato. Non mi uccidere e sarai ricompensato". E così fu. L'animale incantato svelò al cacciatore il mistero di quella valle solitaria, e le parole magiche che aprono le porte della città invisibile, dove il giovane fu accolto con generosità e ricoperto di doni. Passavano i giorni e del cacciatore nessuna notizia. Giù in paese si pensavano già brutte cose, che fosse scappato in pianura a cercar fortuna, o morto nel buio, schiantato in un precipizio. Quello però era un ragazzo generoso, e quando si fu riposato e rifocillato, seppe che era arrivato il momento di ripartire; presi il fucile e lo zaino, chiese la strada per tornare tra la sua gente. Comparve allora il re di quella città incantata, lo guardò con occhi di brace e gli parlò con voce grave e familiare, che veniva dalla notte dei tempi: "Tu parti, dunque, per non ritornare. Mai più rivedrai queste mura né queste case, e ne custodirai per sempre il segreto. La tua onestà verrà premiata; vivrai in pace con la tua gente, e la fortuna tornerà a sorridervi, nove volte bosco e nove volte prato." E così fu. Il cacciatore tornò in paese e raccontò di essersi perso e di aver dormito sotto un pino mugo, cibandosi di bacche. Come d'incanto finì il terribile gelo che tormentava la valle, l'inverno fu mite, gioiosa la primavera, fertile e feconda l'estate, e così per anni e anni. Il giovane cacciatore divenne adulto e custodiva nel silenzio il suo incredibile segreto, mentre il paese e la valle per merito suo - e nessuno lo sapeva - prosperavano. Ma poi venne la vecchiaia anche per lui, ché nessuno può sfuggirle, e gli amici suoi morivano e così i ricordi, e lui, prima che la memoria lo tradisse, volle ancora una volta rivedere le mura e le case incantate della città invisibile. Un mattino di novembre, presi il fucile e lo zaino, disse che sarebbe andato a caccia e partì. Superò i boschi di abeti e le gole pietrose, e arrivò nella valle solitaria. Il respiro era pesante e il vecchio sentiva il fardello degli anni, ma ecco!, quello era il vecchio tronco che univa le sponde del ruscello, quella la pietra che doveva scavalcare, e lì c'era ancora il larice millenario sotto cui bisognava pronunciare la formula magica! Il cuore gli pulsava in gola. Le parole le ricordava, la memoria non lo aveva tradito. Gli spari degli altri cacciatori e i latrati dei cani riecheggiavano lontani, nessuno lo poteva vedere. Lo avrebbero creduto morto e lui avrebbe trascorso gli ultimi anni felici nell'incanto di quella città magica, dove forse neppure la morte lo avrebbe scovato. Eppure qualcosa non funzionò. La formula era giusta, ne era certo, ma allora dov'erano il sentiero segreto, i suoni celestiali e le mura imponenti e maestose? Il bosco restava nero e ostile, il vecchio si sentiva stanco e pesante, inciampava, il passo lento e incerto. Avrebbe voluto urlare, chiamare aiuto, ma dalla gola non uscivano parole, solo un gorgoglio profondo e una sorta di muggito cupo e lungo. La sete lo spinse al ruscello, poiché lo zaino era perduto e la borraccia non la trovava. Si sporse sull'acqua scura per bere e vide la propria immagine riflessa, vide che era un vecchio, un vecchio cervo braccato. Della città invisibile nemmeno l'ombra, mentre sentiva gli spari sempre più secchi e vicini, e i cani. Nel buio, vide il guizzo bianco di un ermellino.
Il vecchio cervo fu l'ultima preda di quell'anno, ché i giorni seguenti furono improvvisamente gelidi e terribili, l'inverno lungo, triste la primavera, arida e avara l'estate, e così per anni e anni, nove volte bosco e nove volte prato.
midable
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L'intruglio
Bisognava impastare con le mani per ore, le dita aperte finché restavamo lenti sempre più lenti come paralizzati in quel viola vischioso e freddo, guardavamo le unghie prendere il colore estraneo di medicine, la pelle ondularsi e sbiadire, di muffa e tintura di iodio, o la matrice del ciclostile, e poi la puzza non si lavava via neanche con lo spickespan e la calinda, ti restava giorni e giorni, l'odore dei morti. Lo aveva detto Matte. Suo zio la mattina lo avevano trovato seduto rigido nel letto, la luce accesa e le dita bucavano la carta rosa della gazzetta, aveva quell'odore là, la pelle. Lo si poteva fare solo di notte, l'intruglio, la luce lo rovinava, diceva Fil, e quando parlava Fil c'era sempre qualcuno che gli dava ragione e faceva sì con la testa, vigliacchi. Allora aspettavamo l'autunno quando era buio più presto ma ancora i muri restavano tiepidi, l'estate non si poteva fare, e quello era il motivo per cui sì, l'estate era bella, ma troppo lunga. Aspettavamo sempre l'autunno e il buio, per colpa di Fil. Matte diceva che suo zio gli era entrata l'aria nel sangue e era andata una bolla su su fino al polmone e lì era scoppiata. Io mi immaginavo questa bolla di sapone luccicante che rotolava senza peso nei tubi di plastica e ferro che abbiamo dentro il corpo. Oppure il sangue, con l'aspirina dentro che frizza. Figo! dice Piz. E subito voleva provare. Trovo l'aspirina nell'armadietto dove mamma nasconde le sue bottigliette, e fin qui facile, ma col sangue non si sapeva come fare, e nessuno voleva darlo. Tiriamo dentro la Bondini, dice Fil. Chi è la Bondini, fa Matte, ma era tutto rosso, la Bondini è quella di terza con le trecce, lo sanno tutti, era una domanda proprio scema. Cosa vuoi farle, Fil, e non riuscivo a guardarlo dritto. Pensai che gli stregoni Inca salivano sulle montagne con l'intruglio viola spalmato sulla faccia, e gli occhi fuori dalle orbite per la pazzia, e portavano al dio una pecora o un lama, per placarne la rabbia, diceva il libro, qualche volta una bambina. C'era la foto di questa mummia tutta rannicchiata e piccola e la pelle gialla. Mi immaginavo la Bondini con le trecce e un buco in testa. Fil stava zitto a godersi i nostri occhi ebeti e l'ossigeno schiacciato nei polmoni. Fissava verso la montagna con gli occhi sottili che vedevano attraverso le cose. Cosa le vuoi fare, Fil?
midable
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Noi matti (11)
Un grosso frigorifero bianco abbandonato in via Montello vicino ai cassonetti. Tre ragazzi cingalesi si fanno fotografare e sorridono soddisfatti davanti al frigorifero, come se fosse il Colosseo o che ne so, la Torre Eifel.
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Servizio Clienti Telecom Italia
Abbiamo ragione di ritenere che il primo operatore libero risponderà.
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Messaggio di errore
Impossibile rendere una cartella figlia di uno dei suoi discendenti.
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Ottava piaga: le cavallette
BOLOGNA- Straordinaria invasione di cavallette in queste ore a Bologna. Migliaia di orribili locuste hanno già portato il flagello nelle campagne della cintura e della bassa, ed ora minacciano la periferia del capoluogo emiliano. La popolazione inerme, già provata dalla canicola e scossa per i recenti fatti di sangue, deve ora subire quest'ulteriore prova. Gli anziani rinunziano agli svaghi e si rinchiudono in casa, mentre per le strade foltissimi sciami di odiosi ortotteri verdognoli, spinti dalla fame arrivano ad attaccare donne e bambini e - qualche volta - persino gli uomini.
"E' intollerabile" dichiara Manuzzi, consigliere leghista al quartiere Saragozza, "questi animali andrebbero sterilizzati. Andremo a stanarli uno per uno e li accompagneremo alla frontiera trascinandoli per le orecchie, questi clandestini." Nel pomeriggio un'imponente corteo di molte decine di persone si snodava tra Piazza Nettuno e Palazzo D'Accursio, paralizzando il traffico sulla tangenziale per molte ore. I cittadini chiedono risposte in tempi rapidi, al grido di "chi non salta cavalletta è, è!".
Dal Presidente Casini un invito alla pacatezza: "Bologna è città di salde tradizioni democratiche e in questo momento di difficoltà saprà mostrare fermezza e moderazione, senza salti nel buio." "Terremo le antenne sollevate, ma non cambieremo il nostro stile di vita.", gli fa eco il ministro dell'Interno Pisanu "Pur nell'emergenza, le leggi attuali consentono di dare risposte adeguate ed efficaci".
Parole apprezzate anche dal sindaco Cofferati, che annuncia entro giovedì un'ordinanza per ripristinare la legalità.
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Cinquantaquattresimo parallelo
"Venerdì, 14 ottobre 1932, 54° parallelo Sud.
Esiste qualcuna tra le umane ambizioni che non contenga un pur minuscolo seme di indicibile follia? Esiste un ideale, per quanto nobile ed elevato esso sia, un traguardo una méta, che non possa trascinare l'uomo ai suoi più meschini istinti, incatenandolo all'ossessione?
Riflettevo così stamane, al sesto giorno della lunga traversata a bordo della baleniera Saint Mary, che dal continente dei ghiacci nell'estremo meridione del globo mi riconduce ad Auckland, Nuova Zelanda.
Oggi per tutto il giorno il vento di maestrale ha sferzato fumo nubi pensieri e clangore delle macchine, disperdendone i lembi nell'azzurro cielo australe, mentre la chiglia strideva delle correnti antartiche, lasciando una labile traccia di schiuma ad allargarsi in superficie, impallidire e svanire. Tutto, oceano onde spruzzi di sale, cirri stridori e firmamento, parevano segretamente congiurare contro la presunzione degli umani, mostrando i segni ora di una terribile grandezza, ora di una sadica, ingannevole benevolenza.
Torno a casa, dovrei sentirmi sollevato, riconciliato con il mondo delle consuetudini e degli affetti, fremente dell'attesa di riabbracciare la famiglia, eppure.
Eppure in petto porto l'ombra degli oscuri ricordi. Sono salvo, continuo a ripetermi, torno alle banalità e agli agi di una vita normale, ma non riesco a ricordare il nome della mia gatta siamese, né l'indirizzo ad Exeter. Sono salvo, mi ripeto in un bisbiglio, unico superstite della sciagurata spedizione. Latte, ecco quello che voglio, nient'altro che latte."
midable
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Da ventiquattro anni, ogni mercoledì mattina alle dieci, puntuale, senza eccezioni.
Tranne stasera.
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Le lenticchie di Babilonia
La storia delle lenticchie di Babilonia - ricordo - mi tenne in sospeso fino in fondo. Tutto era perduto, mancavano soltanto poche pagine alla fine, non poteva finire così - o forse sì? - perché questo avrebbe stravolto tutte le mie certezze, e il mondo non sarebbe più stato lo stesso. Sarei andato ancora a scuola l'indomani, avrei rivisto Christian e Maura e la maestra, mia madre avrebbe cucinato il risotto e i vetri si sarebbero ancora appannati? Non ne ero più così certo, ora, e mancavano ancora poche pagine.
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Il bigbeng
Non sai proprio niente, mamma.
Quando sei bambina e a scuola l'altro giorno hai fatto il bigbeng e scopri che la mamma pensa che è una torre, il bigbeng, fai un respiro grosso.
Ma quale torre, mamma. Che risate. Il bigbeng è quando tanto tanto tempo fa, prima della nonna e della bisnonna e della bis-bis-bis-bisnonna, il mondo era piccolo così che ci stava in una pallina e rimbalzava su su su e esplodeva e poi c'era il mondo con i fiumi e i vulcani e i cani e i gatti e i dinosauri.
E' bello andare a fare lo sciopping con la mamma, ma lei non sa proprio niente.
midable
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C'è qualcuno là fuori
Doveva aver sentito un rumore, una voce o qualcosa: strano, io non avevo sentito nulla. Fingevo di dormire; tra le palpebre socchiuse mi arrivava la luce bianca della tenda, poi l'ombra lunga e sottile delle sue gambe, in punta dei piedi, nuda. Continuai a guardarla, chissà da quanto tempo era già sveglia, cosa guardava poi, dalla finestra. Da bambini si diceva che se stringevi sottili sottili le palpebre, potevi vedere l'anima, delle persone. Credo, non so per quanto, mi riaddormentai. Quando tornò di corsa nel letto mi svegliò il suo abbraccio stretto, le unghie, tremava, gli occhi sbarrati, ansimava, era bianca, che c'è Laura? Laura, che hai visto? Non potevo credere che un mese prima non la conoscevo neppure, che c'era stata una vita prima, una vita senza. Un Natale di rabbia e noia, un Capodanno di rassegnazione, giorni passati a farmi meno domande possibile, a lavorare fino a tardi, inventarmi di essere indispensabile e in ritardo, terribile ritardo, scusami non posso, a costruirmi un meticoloso castello di stress, nascondermi. C'era stato il caso di quel foglietto, al ponte Stalingrado sopra la ferrovia, qualcuno aveva trovato questa busta con l'addio breve e asciutto, la scrittura di donna, un terrore rappreso. Solo che non c'era il corpo, qualcuno diceva di aver visto un'ombra. Il capo mi disse Russo lascia stare, non possiamo star dietro a tutti i mitomani di questa città. In Ugo Bassi c'era sempre quello ossessionato da Maurizio Costanzo, "Maurizio Costanzo perseguita le donne che mi conoscono", scriveva sui muri. Ma qui era diverso, presi di nascosto il biglietto e me lo portai a casa. Passai tutta la notte a studiarmi quella scrittura, ricordo le piccole o, le elle piegate. Doveva essere ancora in qualche cassetto, nascosto nell'agenda dell'anno vecchio, ma dove? Laura non rispose, prese un foglio dal comodino e una biro. Scrisse c'è qualcuno là fuori. Adesso, se chiudevo sottili le palpebre, vedevo solo il bianco dei suoi occhi. Dove ci eravamo visti la prima volta? Non riuscivo a ricordare, mi alzai, attraversai la stanza, scostai un po' la tenda. Da dove veniva, cosa faceva, quali erano la sua musica i suoi libri, non ricordavo nulla. Fuori non c'era nessuno. Non c'è nessuno Laura. Laura, dove sei? Sul letto era rimasto solo un biglietto. "C'è qualcuno là fuori, devo andare". Le piccole o, le elle piegate.
midable
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Noi matti (10)
Mi viene in mente la storia -vera- di uno che a Bologna ha ritrovato la sua bici appena rubata, con in sella uno che pedalava come un matto.
Lo insegue in macchina su per via Toscana e al ponte di San Ruffillo lo raggiunge. Quello -un rumeno- dice guarda non sapevo che fosse tua, me l'hanno venduta in piazza Verdi. Lasciamela fino a domani, stasera devo essere a Roma, domani te la riporto.
A Roma?! Beh, sì, quello che mi ha venduto la bici ha detto che posso farcela in serata.
Buon Natale---
[a tutti quelli che almeno una volta hanno pensato di potercela fare, in serata]
midable
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E' passato qualche giorno e ormai ce ne siamo fatti una ragione, magari ci siamo anche detti che in fondo quell'altro non era tanto meglio, e poi aveva la faccia lunga e grigia (lascia stare la chitarra, Kerry, non ci incanti!). Però è il caso di ripeterselo: abbiamo di fronte altri quattro anni con Bush.
Non ci si può certo consolare con i risultati delle supplettive a Milano.
Per capire qualcosa di più di queste elezioni, e forse dell'America e degli Americani, vi segnalo sorryeverybody.com, un sito dove alcuni cittadini USA chiedono scusa al mondo per come sono andate le cose. Completo di facce espressive e gadget.
Interessante anche la pagina (www-personal.umich.edu/~mejn/election/) dove Michael Gastner, Cosma Shalizi e Mark Newman dell'Università del Michigan analizzano la distribuzione del voto tra Bush (in rosso) e Kerry (in blu).
A guardare il voto contea per contea, Bush sembra stravincere alla grande, confinando Kerry nelle riserve indiane.
Ma per fortuna quelle riserve hanno nomi simpatici come San Francisco, New York o Boston, e contengono un bel po' di gente. Allora vediamola in un'altra maniera, strizziamo e stiracchiamo gli States, dando alle contee una superficie proporzionale alla popolazione.
Ecco, così va meglio. Ma c'è ancora un sacco di rosso! Be', ma in molte contee Bush (che è rosso, non mi ci abituerò mai) prevale di poco, davvero di un soffio. Allora usiamo anche tutte le sfumature di viola e violino e rossastro e bluetto, et voilà!
L'America come non l'avete mai vista prima (lo ammetto, anch'io stento a riconoscerla).
Che dite, mi sto arrampicando sugli specchi?
midable
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Due sogni
Era da un po' di tempo che i sogni mi sfuggivano all'alba. Stamattina due di loro sono rimasti impigliati nella memoria, ed eccomi a narrarveli.
A ben vedere, niente di che. Bisogna accontentarsi.
Sogno numero uno.
Mi annunciano che tornerò a scuola. Dopo anni di pensierini, temi, temini, interrogazioni, compiti in classe e altre torture, dopo aver finto d'essere maturo e dottore, qualche burlone in cravatta, con una faccia tosta da campione (accidenti se lo piglio!) e un tono compiaciuto, mi annuncia trionfante la mia iscrizione al Primo Anno del Liceo Scientifico.
Punto e a capo, si ricomincia.
Ma perché poi lo scientifico? Mah. Ebbene, e io che faccio? Come reagisce l'ingenuo che vi sta di fronte, anzi il fessacchiotto che scribacchia, insomma il sottoscritto, io, l'imbecille?
Non reagisco sdegnato, non gli rido in faccia sbattendo la porta, non accartoccio il sogno in una ridicola palletta come avrei dovuto.
No. Alla sola idea di ricominciare da capo, in un'altra scuola, un'altra vita, un supplemento di adolescenza posticcia, mi sono entusiasmato. Ho pensato (testuali parole) "adesso che sono fisico sai che bella figura allo scientifico?".
Che cretino.
Sogno numero due.
Stavolta su un treno. Il treno va veloce, velocissimo anzi, e un vento sferzante gli viene contro, una bufera. La locomotiva fende l'aria. I vagoni, ottocenteschi e parigini di legni orientali e intarsi e velluti e alabastri e chincaglierie, gli vanno dietro sferraglianti di attriti e tubi e valvole, vibranti di vetri incrinati che sembra che tutto debba spezzarsi e invece va, va. Il vagone è un vero lusso, una stanza d'albergo, una lunga suite lanciata sui binari, arredato con gusto, dispone di ogni agio, ma non ho certo il tempo di distrarmi, perdiana, le mutande! Ho lasciato le tue mutande in balcone, piove, si inzuppano, volano via, presto! Che domande, certo che il vagone ha un balcone, lungo stretto e fatiscente, ma pur sempre un balcone, ci mancherebbe, con quello che ho pagato!
midable
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Chiedo scusa a quelli che per qualche inganno di Google sono finiti qua cercando tutt'altro.
Accipicchia saranno rimasti delusi, chiedo scusa perciò alle decine di appassionati lettori di Calvino, al collezionista di provincia che voleva uno "stemmino città", al quindicenne che cerca "scooter truccati", alla casalinga romanticona appassionata di "centovetrine rivombrosa", al solitario navigatore in cerca di una "ragazza liscia" (gli auguro di trovarne una frizzante).
midable
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La pastiera
E' come un grande pranzo per il battesimo del nipote di tuo cugino. Tu sei invitato e non sai bene perché. Ti dicono, ecco, mangia. Gli antipasti sanno di muffa e la pasta è scotta? Non importa, è tutto gratis, mangia! Non ce la fai più, stai scoppiando? Dài, ancora uno sforzo, sei quasi arrivato in fondo, non vorrai arrenderti proprio adesso? Su coraggio, prendi un altro cannolo, assaggia un babà, finisci la cassata.
Questo è il mio dottorato, che finora mi ha procurato solo fatica, sudori, pesantezza di stomaco e una macchia sulla camicia. Dài non mollare, adesso ti metti là e scrivi una tesi - cosa vuoi che sia una tesi? - poi un giorno non si sa mai, è pur sempre un titolo in più.
No grazie. Quando ho visto la pastiera sul mio piatto, enorme, pesante, inutile, ho detto basta. Mi sono pulito le labbra col tovagliolo e l'ho appoggiato sulla tavola, ho bevuto piano un sorso d'acqua e mi sono detto: se voglio, posso essere libero.
Ora sono là, seduto, fermo, zitto, mentre tutti intorno a me chiacchierano e si abbuffano e si sforzano di sorridere. Tra qualche minuto mi alzerò, saluterò gli zii e me ne andrò.
midable
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"Hai sentito di Zampedri?"
Tutti abbiamo un ex-compagno-di-classe-delle-medie, a suo tempo esperto di raudi e minerva e cinquantini, stritolatore possente o picchiatore tutto nervi, bocciato più volte e con un fratello in carcere, competente esploratore di cimiteri e case diroccate suburbane. Uno di quelli di piazza San Vigilio, per dire.
Poi un giorno ti trovi suo figlio tra gli alunni della prima (ha già undici anni!), o viene a ripararti il tubo che perde, o finisce sul giornale per qualche storia losca finita male.
Ormai lui ha il suo mondo, tu hai il tuo. Le vostre vite si sono sfiorate anni fa, i due mondi si sono parlati, forse ti ha anche pestato un giorno, senza motivo. Poi il liceo e l'università e il resto ti hanno regalato un mondo protetto, lontano da piazza San Vigilio.
Puoi leggere "Il giardino di cemento" e Carver e Salinger, ma non sarà mai la stessa cosa. (Comunque leggili.)
midable
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Alcuni consigli per chi va in Irlanda.
1) Se amate la montagna, non lasciatevi illudere da quel 2478 a picco sul mare vicino a Belfast: non sono metri, sono piedi.
2) Se amate il mare, non vi fate ingannare da tutti quegli ombrelloni disegnati sulla vostra mappa: in Irlanda c'è troppo vento per ombrelloni, beachvolley e settimane enigmistiche.
3) Se vi capita di guidare, ricordatevi di tenere la sinistra,
4) fate attenzione ché le strade sono strette e
5) cercate di convincervi che la Volvo che vi hanno dato a noleggio è un po' più larga della vostra vecchia Ypsilon10.
6) Se avete trascurato uno degli ultimi tre consigli (o tutti tre), non vi spaventate, uscite con calma da quel che resta della Volvo dopo l'impatto, sdraiatevi sull'erba e controllate di essere tutti interi.
7) Cogliete ogni occasione per parlare con gli irlandesi, persone cordiali, solidali e socievoli. Dalla signora del B&B vicino alle Skellig Islands fatevi raccontare la storia della sua famiglia sparsa tra l'Oregon e l'Australia. Da Laurence del B&B "Gort na Mona", presso Ardara fatevi consigliare una passeggiata nei dintorni. Al titolare dello "Spar" di Birr chiedete indicazione per i Birr Gardens e il famoso telescopio (aspettatevi in risposta qualche spassosa battuta: "Beer gardens? Yes, I know beer, if you drink enough you'll see stars, planets and whatever you want!").
8) Tenete d'occhio i cani, c'è da divertirsi. Cani pastori disciplinati e adrenalinici si sfogano saltando fili spinati alti due pecore; cani pescatori in libera uscita scorrazzano sulle scogliere a inseguire il ciclo infinito delle onde e delle schiume.
9) Andate a cena prima delle 21. Possibilmente molto prima.
10) Rassegnatevi al kitsch o, se vi piace, godetevelo. Alcuni irlandesi proprio non riescono a trattenersi: vaporosi tappetini fucsia circondano il water, bamboline vestite di pizzi nascondono riserve di carta igienica. Eccetera, non vi voglio rovinare la sorpresa.
11) Rassegnatevi alla vertigine. Scogliere, ponti sospesi, dirupi, sfasciumi pietrosi, rovine di fortilizi preceltici, a picco sulle spume imbestialite dell'oceano.
12) Ultimo consiglio: appena potete, tornateci.
midable
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Alitalia (volo Bilbao - Malpensa, seconda parte)
Scavalcate le Alpi, le loro nuvole, sotto di noi c'è il disegno regolare di Torino, poi Superga, la collina verde, i villaggi sparpagliati, le vigne in ordine, il Monferrato. Un colpo di reni e l'ala si piega, via a sinistra!, a recuperare l'onda sinuosa del Po, l'imbuto ocra della Valle, sempre più larga, le anse verdi del Sesia, che resiste, resiste e vorrebbe tornare indietro, poi cede, perde il nome e l'onore in un fiume più piccolo di lui, shit. Un altro colpo di reni e scivoliamo nel cappuccino di smog che Milano ci prepara, una sospensione leggera di polveri, più sottili dei nostri pensieri, di noi già pronti a recuperare il bagaglio, lamentarci del disservizio, telefonare a casa, più sottili di noi.
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Trenitalia (espresso Milano - Lecce, prima parte)
Sull'espresso notturno Milano - Lecce ti aspetti la penombra delle tendine polverose, le gigantesche valigie e il sudore delle famiglie, il richiamo sonoro delle mamme, Gianluca vedi che chiamo al controllore!; ti aspetti il carrettino panini-birra-fanta-coca-sprait, gli scompartimenti stipati, i corridoi ingombri, le litografie rettangolari di Orvieto, Palmanova e Gallipoli.
Sì, è tutto come l'avevo lasciato tre, otto, vent'anni fa. Tutto uguale sembra; accanto a me un ragazzo tiene il figlio sulle ginocchia, sussurrando per tenerlo buono, parole calme, parole lente. La mamma è una ragazza molto giovane, gli occhi neri e grandi di speranze, magra e bella come un animale selvatico. Sembra tutto uguale a vent'anni fa, il signore timido sul seggiolino nel corridoio, la polo a righe, gli occhiali sottili, il sonno del suo ritorno a casa, la testa ciondolante fra Voghera e Piacenza, fra Reggio e Rubiera.
La luna è quasi piena e per il bambino è come fosse giorno, il mondo che scorre dietro al finestrino, di alberi fiumi e altri mostri che a Milano non aveva mai visto, è troppo grande per i suoi tre anni, è troppo bello per avere parole, e lui parole non ne ha, ma tutto un accavallarsi scomposto di vagiti urletti gorgoglii, rumori indecifrabili come la vita. Ha già tre anni e ancora non parla, che lingua dovrebbe parlare? I genitori, albanesi emigrati nella periferia di Milano, con lui parlano italiano, tra di loro albanese. Lui smarrito parla ancora quella sua lingua ingarbugliata e scoppiettante di rumori e suoni, che nessuno capisce. Tra due anni parlerà il milanese con la cadenza di Rozzano e l'albanese delle montagne di Kukes, e capirà più cose di noi.
midable
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Di ritorno dai Paesi Baschi.
Calici alzati, un brindisi speciale, birra a fiumi! per tutti gli strani animali incontrati in questi dieci giorni di cammino, di volo, di botti e di sussurri.
Agli avvoltoi dei Pirenei, silenziosi ed eleganti compagni di strada nei passaggi più arditi del nostro cammino. Alle pecore con le corna e il pelo rasta, ai piccioni baltici che anche l'anno prossimo, per andare a svernare qualche mese in Andalusia, verranno falcidiati dai cacciatori baschi tra Saint Jean e Roncesvalles (ad alcuni la storia non insegna nulla).
Ai rapaci di Alitalia, che nascondendoci il bagaglio credevano d'indispettirci, e invece ci hanno regalato una Bilbao in festa, pazza e ballerina.
Ai tre colossali tori che dietro una curva del sentiero, tra Roncisvalle e Pamplona, aspettavano giusto noi, un corno a testa, e invece poi - bontà loro - ci hanno lasciato qualche centimetro per passare.
Alle trote fritte (!) che degnamente accompagnavano la pasta più stracotta del mondo, e lo joghurt che completava il rancio, a Roncisvalle.
Alle gazzelle che solcano i viali e i vicoli di Donostia, e si crogiolano - lucertole in bikini - sulla sabbia dell'oceano.
Viva!
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Noi matti (9)
Questo tizio va a teatro a vedere la Caprioglio Debora che fa una roba di Scèspir, ma specialmente cià due bei meloni, lei. Aspetta la scena che fa sesso, ma siccome quella si fa pregare, lui si dormenta, ché di scene sdolcinate ne vede fin troppe per via della moglie, incantesimo centovetrine rivombrosa, vivere morire, credere obbedire combattere.
Dorme un po' bello spaparanzato, dà un po' fastidio per via che russa, poi con gli applausi ogni volta si sveglia, ma niente da vedere. Delusione, la serata passa, alla fine la gente esce. Incontra la zia prof che anche lei si lamenta, questo non è Teatro perdinci (dice proprio così, "perdinci" tutto attaccato e "Teatro" con la T grande), io volevo vedere Scèspir. Allora lui, guarda zia che Scèspir mi sa da qualche anno è morto.
[La storia è vera, me l'hanno raccontata. Ho cambiato qualche nome e per rispetto della privacy non è più ambientata a Marostica]
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Quattro thopaiuoli a caccia di storia nelle gallerie sconnesse del Lagazuoi, o più che altro a tirar craniate sui crozzi e maledire il proprio metro e ottanta e lo scarso voltaggio delle luminarie.
Da sinistra Milieu, Kae, il sottoscritto e il caporale di giornata Brök.
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Vi racconto un sogno.
Brevissimo. Io sono seduto su un divano, accanto a me mio fratello Francesco. Lui ha in braccio due cuccioli di lupo, piccoli, candidi come neve, si stanno addormentando. Anche lui pensa di dormire, prima siamo un po' preoccupati perché i lupetti potrebbero morderlo, ma poi decidiamo di fidarci. Ci addormentiamo.
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Vadano a farsi benedire
Sabato 24 luglio.
Festa di San Cristoforo, patrono degli automobilisti.
Alle ore 17.30, presso la chiesa di Santa Caterina, benedizione degli automezzi.
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La mia militanza asciutta si estingue ogni secondo, rimormora vendetta, rimormora sconfitta. Che ho fatto? che mi resta? a che è valso?
Torno fra i miei amici sereno, brillante; copro in fretta, di fogli e vestiti in disordine, il mio personale abisso, lo nascondo, lo sposto, lo metto in un angolo.
"Sta buono, resta lì. Due o tre giorni e sono di nuovo da te."
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Vorrei vomitare
Vorrei rovesciare l'intera mia memoria su un marciapiede,
trovarmi nudo e vedere i miei molti vestiti
camminare via sulla corsia di sorpasso della tangenziale e
fulminati,
viaggiare su un treno per tutta la vita vedere
le molte stazioni,
persone scendere salire,
esistere per pochi giorni per poche ore,
vivere, vomitare.
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Noi matti (8)
Càpita di mattina di passare per via Gorizia in bicicletta.
Da una finestra al secondo piano, un'enorme bandierone rosso della Repubblica Popolare Cinese. Ma non fermo appeso come fuori da un'ambasciata, no no, sventolato con entusiasmo e regolarità come se di sotto, in quel momento, proprio là in via Gorizia, sfilassero i combattenti e le milizie, nel rombo cupo dei carrarmati, dei mezzi anfibi e dei cingolati.
Ma chi è, un cinese? A vederlo si direbbe italiano, un giovane serio e impettito con un po' di barba.
E quanto dura questa faccenda? Dopo cinque minuti era ancora lì, e non sembrava avesse intenzione di smettere. Non so quanto sia durata, la sfilata e i festeggiamenti e il resto, devo andare a lavorare e sono già in ritardo.
midable
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Noi matti (7)
Giovedì ore 12.00 piazza Verdi, c'è quello che fa il comizio (c'è ancora? Comunque, c'era).
Sale su un paletto di pietra al bordo della piazza e inizia il suo discorso, con voce potente, ritmo incalzante, brevi abili silenzi.
Antitotalitario, anticlericale, intransigente. Poi scende, coinvolge il passante (c'è sempre un po' di gente che lo ascolta), chiede la sua opinione (e come suona esile), ribatte, risale, continua.
midable
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Dal binario cinque anziché dal binario quattro.
Negli ultimi tempi i treni sono un po' più veloci. Guadagnano circa cinque minuti ogni ora di viaggio. Ma accidenti, com'è difficile amministrare il vantaggio. Così nelle stazioni principali l'interregionale sosta un po' più a lungo, all'incirca cinque minuti ogni ora di viaggio.
Adesso i fugaci addii delle coppie eteroscolastiche (lui universitario maturo, lei ingenua liceale, o talora l'inverso) si prolungano in logoranti divagazioni climatologiche ("che bel sole, eh?"), risatine sforzate e imbarazzanti silenzi dal finestrino.
Riuscirà Trenitalia SpA a lacerare i legami fondanti del nostro tessuto sociale?
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memorie confuse dei fatti e della lingua
Gaspara (che è austriaca) mi ha chiesto di dirle qualcosa dell'Alto Adige. Così recupero le forze, le memorie confuse dei fatti e della lingua, e ci provo.
Come funzionano le cose in Sudtirolo?
Südtirol ("Alto Adige" auf Italienisch) ist ein dreisprachiges Land. Tedeschi (Mehrheit), italiani (Minderheit), ladini (wenige, in den dolomitischen Tälern). Das Land Südtirol hat heute eine starke Autonomie und bekommt viel Geld von Rom, so daß die Leute ruhig bleibt, ohne Konflikte. Man soll zugeben, daß das Geld nicht schlecht benutzt wird. Belle scuole, buoni ospedali, servizi, borse di studio, turismo, tutela delle tradizioni e della cultura locale, keine Arbeitslosigkeit und viele Kinder. Ci sono scuole italiane, wo man auch Deutsch - als zweite Sprache - lernt, und deutsche Schule, dove si studia l'italiano - come seconda lingua. Aber es gibt keine Kontakte zwischen den deutschen und den italienischen Schulen. Besonders die deutschsprachigen Politiker der Südtiroler Volkspartei (die erst heuer wenig als 50% der Stimmen bekam) befürchten, daß die deutsche Kultur Südtirols wegen der ethnischen Vermischung sich "kontaminieren" kann. So bauen sie mehr "Mauern" als "Brücke".
Sind aber die Südtiroler wirklich zweisprachig? Nein, nicht alle. Es gibt "gemischte" Familien (er Italiener, sie Deutsch, oder umgekehrt, und die Kinder lernen beide Sprache gut, besuchen z.B. die deutsche Grundschule, dann die italienische Mittelschule, u.s.w.). Dann gibt es deutsche Familien und italienische Familien (wie meine, z.B.). Die deutschen Familien leben in Südtirol seit Jahrhunderten, die italienischen seit Jahrzehnten.
Und die Ladiner? Sie sind meistens dreisprachig und leben hier seit 2000 Jahren.
Ob man gut die zweite Sprache lernt, hängt von vielen Faktoren ab: wo man arbeitet, wo man lebt, mit wem man im Alltag zu tun hat, ob man Lust hat, u.s.w. In Bozen sind die Italiener Mehrheit, Meran ist fifty-fifty, in den kleinen Dörfern und in den Tälern (außer den Dolomiten, wo die Ladiner leben) sind die Deutschen Mehrheit.
Die deutschsprachige Gruppe hat eine sehr starke Identität: cultura contadina, artigianato, feste religiose, vestiti tradizionali, Geschichte, Mythologie, freiwillige Feuerwehr, Musikkappelle, Andreas Hofer, Silvius Magnago, die SVP, der Dialekt, die Küche, Krapfen, Strudel, Knödel, Speck, Äpfel, die Stube, der Hof, Sankt Nikolaus und die Krampus, u.s.w.
Die Italiener hingegen sind Söhne und Enkel der Immigration, z.B. meine Würzel sind in Umbria, Toscana, Veneto, Emilia.
Die Geschichte der letzten 80 Jahren Südtirols ist auch eine Geschichte von Konflikten. Nach dem ersten Weltkrieg wurde das Land ein Teil Italiens. Während des Faschismus versuchte die Regierung, das Land zu "italianisieren". Neue Industrien wurden gebaut, und durch Sondergesetze wurde ökonomisch sehr interessant für ein Italiener, in Alto Adige zu arbeiten und zu leben. Die Namen der Städten (und der Dörfern, der Bergen, der Flüsse...) und die Familiennamen wurden übersetzt und das Italienisch war die einzige offizielle Sprache, auch in den Schulen. I tedeschi frequentavano di nascosto le "Katakombenschulen". Alcuni speravano che Hitler li avrebbe aiutati e diventarono nazisti convinti. Ma nel 1939 Mussolini e Hitler fecero un patto: l'Alto Adige doveva essere italiano, so wer bleiben wollte ("Dableiber") sollte 100% Italiener werden, hingegen wer Deutsch sein wollte, doveva andare in Germania (oder Polen, Tschechien...). Poi scoppiò la guerra e questa operazione (die sogenannte "Optionen") venne interrotta. In der letzten Jahren des zweiten Weltkrieges wurde Südtirol ein Teil des Dritten Reiches. Dopo la guerra tornò all'Italia, e per qualche decennio ci furono proteste, scioperi, manifestazioni, tensioni, scontri, sogar Terrorismus mit Bomben, weil die deutschsprachige Gruppe mehr Autonomie (oder sogar Selbstständigkeit) wollte: "Los von Rom" und später "Los von Trient".
Langsam wurde die Autonomie stärker, das Land reicher und die Leute ruhiger. Die letzten Bomben (aber ohne Verletzten) explodierten ungefähr im Jahr 1988, und zehn Jahren später ein Serial-Killer tötete 6 Personen in Meran, weil er die Italiener hasste. Ma questa ormai non è più Storia, è solo una storia...
midable
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Porta Nuova, panino col pollo.
Ho quaranta minuti, evito il bar della stazione: fuori c'è, oltre le fermate dei bus, vicino al fiume, un baracchino di panini e altra roba, con un po' di ombra e quattro tavolini di plastica.
La signora slava è gentile, "cosa che ti do?... panini c'è pollo, prosciuto e formagio, prosciuto crudo, focacia spec e formagio... bene pollo, ti metto salata pomodoro ketchup, sì?"
Ci sono due ragazze magrebine sedute a un tavolino con un anziano signore veronese. Fa caldo, ma lui tiene il cappello la giacca gli occhiali e anche - gelosamente - la tazza vuota del caffè. Evidentemente non capisce una sola parola di arabo, tuttavia si accontenta della compagnia. Una delle ragazze parla molto, l'altra ascolta molto e indossa disinvoltamente la divisa del noto calciatore straniero Shevchenko.
Al tavolino affianco - dominanti - tre ragazzi tunisini o simili. Il panino è pronto, pago i tre euro e posso sedermi, ore 19.27. Intanto nel vialetto alberato si sviluppa una lunga e sottile fila di auto, spontanea improvvisa e lenta come i lombrichi con la pioggia.
E' il momento di attraversare la strada, deve aver pensato uno dei ragazzi, alto riccio e dinoccolato, e infatti si alza e attraversa. Vede un uomo in una mercedes classe a, paonazzo che suda, e gli ride in faccia: "ehi ciccio! c'è il ciccio". Interrompe il flusso del suo discorso la ragazza magrebina al tavolino, si alza e va via col ciccio, mentre Shevchenko resta sola, perché anche il vecchio col cappello nel frattempo, senza far rumore, è sparito.
Non ci sarebbe nient'altro da dire, ma sono le 19.29 e io non ho ancora finito il panino col pollo. Perciò arriva il tossico, devastato come si conviene, accompagnato dalla madre premurosa al volante di una nera punto. Scende lui e ondeggia fino al baracchino, disegnando come un ballerino i tre quattro consueti gesti che compongono la sua armonica relazione col pusher. Pare di sentire le note cristalline e sospese dei violini e delle viole, mentre torna nell'auto materna col prezioso fagottino. Ma la madre non ha sensibilità per queste musiche celestiali, protesta e borbotta, lui la manda a fanculo. Dal sedile di dietro spunta la testa, tonda e curiosa, di un qualche fantolino non meglio identificato.
Va ormai esaurendosi il mio ruolo qui, e anche il panino. Passa dunque una bmw metallizzata decappottata, impomatata e vibrante di tonici ritmi tecno-beduini, e Shevchenko seduta si bea della bella camicia del nobile cavaliere dal volto ben rasato. Evidentemente io non capisco una sola parola di arabo, tuttavia si sente che la canzone parla di Antoine de Saint Exupery.
Almeno così mi è parso, sbaglierò.
midable
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Etichetta.
[Solitudine]
La confezione ermetica in atmosfera modificata ne garantisce la perfetta conservazione per oltre dodici mesi. Tenere lontano da fonti di calore.
[Innamoramento]
Una volta aperta, consumare entro pochi giorni.
[Amore]
Spedisci questo tagliando a: Servizio Concorsi, casella postale 801, Cologno Monzese, Milano. In palio fantastici premi.
[Epilogo]
- Ma si è accorto che è passato col rosso?
- Mi scusi siòr vigile, non me ne sono proprio reso conto, sa? Stavo leggendo quest'etichetta... dia un'occhiata. Praticamente è la storia della mia vita...
- Favorisca patente e libretto.
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Otto film a ottomila lire
Chi ha studiato a Bologna negli Anni Novanta non può non ricordare "Otto film a ottomila lire", il fulminante abbonamento del Cinema Apollo. Un'idea geniale che faceva convergere ogni sera centinaia di matricole, fuoricorso, fuorisede e altro in via Ventuno Aprile; li disponeva mansueti ed eccitati in lunghe file, mandrie, bolge. Mille lire un film, altre mille un bombolone caldo o una pizzetta, i trilli e le lucine dei microonde dei popcorn l'odore dolciastro fin sotto lo schermo fino ai titoli di testa. Poi basta, quasi buio, quasi silenzio: Bernardo Bertolucci, Novecento Atto Primo.
E dopodomani, Novecento Atto Secondo.
L'intera faccenda era gestita con pacatezza e determinazione da un intraprendente signore e dai suoi improbabili soci. Lui - lo ricordo magro e alto, elegante di muschio e naftalina, dignitoso nel gilè e giacca scura - stava al banchetto a fare gli abbonamenti e annunciare - all'improvviso con il suo tono nasale - Signori! La prossima settimana il capolavoro di Frensisforcòppola: Apocalisnàu!
E poi la signora biondo-placida dietro al vetro della cassa, dei sedili la peluria bordeaux (o smeraldo?), qualche ragazzotto stordito a controllare i biglietti, un altro bombolone alla crema, tutta una fauna di studentesse e studenti sudaticci e contenti. Un giorno, tàc, basta.
Arrivo là dopo i soliti quarantacinque minuti col trentanove, e già da lontano uno strano vuoto (niente bolgia?), le saracinesche abbassate (siamo così in anticipo?), qualche pallida studentessa, una risatina nervosa (cos'è successo? e quel biglietto cos'è?).
Ecco cos'è, un verbale dei caramba!, "[...] prontamente intervenuti in seguito ad una segnalazione [...] constatavano [...] il pavimento dell'atrio era venuto improvvisamente a cedere, provocando una voragine [...]". Lì per lì - incosciente! - mi sono fatto una risata, sembrava una goliardata o chennesò; stavo a pensare alla serata che era saltata e ai quarantacinque minuti col trentotto che mi aspettavano. Ma in quel momento si era chiuso un capitolo e noi non ce ne rendevamo ancora conto. Il fantastico businness era già sepolto in quelle macerie, e i quattro buffi soci - benefattori! - avrebbero a lungo annaspato, tentando invano di risollevare le sorti della loro magia con le dannate proiezioni del Ciclone di Pieraccioni.
L'anno scorso il cinema ha chiuso i battenti.
Addio Apollo, grazie.
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A fuoco
Spuntavano scope, scopettoni, ramazze e ombrelli, dal carretto a pedali del vecchietto. Veniva per Irnerio, passava per Riva Reno. Nella foto è appena tornato a casa, a fine giornata. Stavo lì a mettere a fuoco e scegliere l'inquadratura; i due vecchietti sembravano non vedermi neppure e parlavano fra loro una lingua sconosciuta, fatta di poche parole.

| due vecchietti, Bologna, via del Castellaccio |
| 1998 circa |
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Noi matti (6)
Due signore di mezza età, a braccetto in piazza, passano sotto il Nettuno. Da dietro, contemplano estatiche le bronzee forme del dio. "Aah... però è un bel pezzo d'uomo!"
Sospirano.
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Noi matti (5)
A Merano uno va in giro con una borsa di cuoio in mano, e un sorriso soddisfatto. Cammina, ti passa affianco e con le labbra socchiuse, flebile, miagola. "Miao... miaao".
L'ingenuo turista si volta, guarda la borsa chiusa e pensa povero gattino. Tutto qui, lui è contento.
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Noi matti (4)
Un altro non si è mai visto. Trovi le sue scritte sui muri, la sua minuta grafia. Dicono di una congiura ai suoi danni, ordita da un noto conduttore. Forse per questo non si fa vedere in giro, fa vita notturna e segreta. "Maurizio Costanzo minaccia le donne che mi conoscono".
midable
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Noi matti (3)
Si incontrava anni fa sull'undici o il trentasei, zona Mezzofanti, piazza Trento e Trieste. Scendeva in centro, non senza aver prima spolverato (gratis), le scarpe di ogni passeggero.
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Noi matti (2)
Se ne va in giro in zona Archiginnasio, Santo Stefano e Indipendenza, una bella barba nera e occhi grandi. Con voce profonda, monocorde e lamentosa: "Signore aiutami sono messo male...". Si dice che abbia più di quarant'anni e sia studente, o che si sia appena laureato con Umberto Eco, o sia proprietario di non so quale villa sui colli.
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Noi matti (1)
Il più famoso è sicuramente Beppe Maniglia. Ormai un'istituzione della Bologna domenicale, arriva in Piazza Maggiore con la sua moto nera attrezzata con amplificatore e casse, lui vestito di pelle nera e borchie, i lunghi capelli biondi. Sfodera la chitarra elettrica e inizia i soliti pezzi, grandi classici di rock melodico interpretati con sfoggio di echi, ad attirare le folle di provincia tra uno shopping e un bigmec. Funziona. Vende anche le sue cassette, e il ricavato va a qualche associazione benefica. Fin qui il presente del nostro Beppe Maniglia. Ben più epico il suo passato. Il numero che l'ha reso famoso ed inamovibile dalla piazza, nonché icona indiscussa della virilità felsinea, è quello della borsa dell'acqua calda. Ai bei tempi -io c'ero!-, d'un tratto tacevano le note melliflue della sua Fender, emergevano i pettorali e un fido assistente gli bendava occhi ed orecchie. Subito il capannello mormorante, poi la folla intorno a lui, e silenzio. Eccolo gonfiare, con la sola potenza dei polmoni, la borsa dell'acqua calda. Uno sforzo sovrumano e prolungato, la gomma spessa si tendeva in un enorme mostro azzurro zigrinato, istintivamente noi ci tappavamo le orecchie - ancora non scoppia! - non è possibile, non ce la fa mica... E invece poi, pof (solo un misero pof, ma puoi dire c'ero anch'io). Applauso.
midable
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ettera a M. in occasione del suo matrimonio con D.
"Che cosa succede col passare degli anni a una generazione organizzata nelle sue compagnie? Alcuni lasciano il paese, altri si assorbono nel lavoro e nelle famiglie, i nuclei perdono consistenza, l'intero senso della cosa si modifica senza che ce ne accorgiamo. Nel modo come ci andiamo cercando l'un l'altro, si vede ancora quanto erano forti i vincoli di una volta. Poche gioie sono migliori di quella che si prova incontrandosi con gli amici quando si torna chi alla domenica chi una volta al mese chi all'estate chi a caso. In fondo si pensa ancora che gli amici siano le persone più piacevoli che abbiamo conosciuto, quelle con cui si starebbe insieme più volentieri; però si sente anche che questo pensiero è quasi solo un'abitudine. A volte pare che siamo amici perché eravamo amici; spesso non abbiamo molto da dirci, tranne parlare di quando eravamo amici. Nasce tutto un culto dei fatti del passato; riuniti alla sera, non siamo mai stanchi di ripetere le storie e gli aneddoti di un repertorio che anche le mogli sanno ormai da molto tempo a memoria."
[Luigi Meneghello, "Libera nos a malo", 1975]
Carissimo M., tutta questa pappardella nostalgico-malinconica potevo risparmiartela, lo so, ma me la sono trovata su un libro proprio poche ore dopo il tuo addio al celibato - tu ancora avvolto nei vapori - e allora ho pensato a un segno del fato e non mi sono potuto sottrarre. E poi comunque c'è del vero, no? Mi dispiace molto di non essere venuto al tuo matrimonio, non ci sono stato dentro coi tempi, è un mio problema strutturale: una vita fatta di frammenti incompiuti fagocitati dal flusso lavorativo. Ecco per esempio in due è un'altra cosa (vi invidio molto, e sono contento per te e D., perché so che siete felici), cambiano le priorità i tempi i ritmi le prospettive, e si ha la giusta forza di mettere serenamente tra parentesi, di tanto in tanto, il resto del mondo (lavoro e altro che altrimenti si appropriano indebitamente del nostro ossigeno). Vi auguro che questa forza l'abbiate sempre, voi due. Vi auguro anche di avere dei frugoletti (e qui sei autorizzato a toccarti scaramanticamente, se lo ritieni opportuno) altrimenti chi ve lo fa fare di arroccarvi nell'idillio alpestre? Fatevi vivi, venite a trovarci a Merano, venite a trovarmi a Bologna, invitateci a pranzo a Cardamomo o come si chiama, insomma non perdiamoci di vista.
Un abbraccio a te, un bacio alla sposa J.
midable
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Frankfurt.
"Hallo! Hallo! Was suchen Sie denn? Hallo! Was suchen Sie denn?!" Cosa cerco? Come glielo spiego a questa voce che gracchia minacciosa dall'altoparlante, probabilmente una guardia giurata con qualche birra in corpo e poca voglia di ascoltare? Meglio tirar dritto. Attenzione, Francoforte - patria delle banche - è piena di telecamere. Se avete voglia di fare una foto in uno squallido garage postmoderno, preparatevi a correre, dopo. La zona dei grattacieli è affascinante da lontano (per esempio vista dall'Eiserner Steg, il ponte pedonale di ferro), ostile e fredda da vicino (per esempio dal garage di una banca). Fuggiamo allora, di là dal fiume ci sono tanti musei, e il mercoledì sono aperti fino alle otto, le nove, alcuni forse anche le dieci. Allora: Filmmuseum (carino ma minuscolo, fratellino povero di quello della Mole torinese) e Museum für Angewandte Kunst, con un'entusiasmante mostra (temporanea, a quest'ora sarà tornata a New York o chissà dove) di illustrazioni di libri delle avanguardie russe dei primi decenni del Novecento: colori elementari e pieni, forme geometriche, linee dinamiche e tutta la solidità dell'alfabeto cirillico. [www.moma.org/russian] Ho poco tempo e troppa fame, si va a Sachsenhausen!, quartiere risparmiato dalle bombe, dalle banche e dai McDonald's. Entrate in una bettola, pronunciate lentamente la formula magica "Handkäse mit Musik, Ebbelwoi, Grüne Sosse und Schweinshaxe" e preparatevi al peggio.
midable
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L'incarico.
"L'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea..." Fu una vera rogna. A quei tempi ci si faceva i fatti propri e io per lo più trascorrevo i giorni in Cina o in Mongolia, a discorrer d'arte e a veder guerreggiare come si deve. Invece i Romani - diciamolo - erano noiosi. Flaccidi senatori, logoranti strategie, marmi eccessivi, cibi dolciastri, vini resinosi, poeti bucolici. Due palle. Un giorno mi chiama il capo e mi spiega la faccenda, che bisognava trovare questa ragazza, eccetera eccetera. La cosa poteva sembrar facile, detta così, ma ve l'ho detto: fu una rogna. Allora che faccio, vado in Palestina, inizio a girare, parlo con la gente (sono popolo di allevatori e contadini, questi, poche parole che gliele devi cavar fuori con la pinza), mi travesto, mi trovo due pecore, imparo il dialetto i proverbi i gesti, cammino rigido e lento come loro. Puzzavo già di ovile (ma come mi ci ero cacciato in quel guaio? mi par di sentirlo il Michele: "manda il Gàbriel che ci sa fare!" Prossima volta ci vai te!) e di ragazze neanche l'ombra. Stanno chiuse in casa, non parlano con gli uomini, per strada coperte, zitte, sguardo basso. Provo le maniere dirette e a momenti rischio il linciaggio: tutto il villaggio a inseguirmi coi bastoni e i cani ringhiosi per una notte intera! Allora mi faccio furbo e al villaggio dietro la montagna dico sono il tal tizio che era sparito vi ricordate di me? E loro per passare il tempo dicono quanto tempo dov'eri finito non ci posso credere, ma poi ci credono, anche il padre dello sparito. Dice figliolo sei tornato eccetera fate uccidere il vitello. Gran festa e così sono uno dei loro; si balla si beve si magna, si allentano i freni inibitori. Nella bolgia finalmente mi apparto con una locale e le spiego la faccenda in santa pace, ma quella prende fischi per fiaschi e comincia a guardarmi strano e sorride. Via, scappa di nuovo! e un'altra notte di inseguimenti (ma lei alla fine mi ha raggiunto). Insomma: "Dopo ripetuti vani tentativi di persuadere alcune giovani donne, appartenenti al Popolo Eletto, dell'incontestabile santità del Progetto, vista l'impossibilità di addivenire ad un accordo con alcuna di esse, ottenendo così la totale disponibilità della suddetta, il sottoscritto si vedeva costretto ad abbandonare la procedura standard e - riconosciuto il carattere d'urgenza dell'operazione - procedeva adottando le misure d'emergenza, con sfoggio autorizzato di ali luminescenti di categoria A. In fede..." Una firma e via, fatta anche questa.
midable
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Ancora per qualche secondo
Norman Leigh è seduto in giardino sulla sedia di plastica bianca, il prato è in ordine, la siepe le begonie e il vialetto, ma il tubo dell'acqua, per innaffiare i crochi e il ciliegio, è rimasto un po' aperto, e l'acqua sta già formando una pozza tra l'erba e la ghiaia. Ma Norman Leigh, ancora per qualche secondo, non se ne accorgerà. Ancora per qualche secondo, Norman resterà seduto sulla sedia di plastica bianca, a fissare il barbecue un po' sporco. Non ci si fa caso a un primo sguardo, c'è un po' di grasso nero, sotto. Beh, non si nota; Norman non l'aveva notato. E' lui che pulisce il barbecue, è compito suo, ma quel grasso nero, là sotto, non l'aveva proprio notato, maledizione. Glenda sì, lei - evidentemente - l'aveva notato. Glenda e Norman sono sposati da tre anni, anzi, da quattro, dal '56. Norman, come va il matrimonio, sì insomma, la vita coniugale eccetera? - Oh, benone... benone. Ci amiamo, sai?, Glenda è molto innamorata, e anch'io lo sono, presto avremo dei frugoletti. - Bene, Norman, bene. (Sorride, e ha subito ripreso colore, meno male, per un momento ho davvero creduto che fosse giù di corda). Niente da fare, Norman è proprio un giovanotto in gamba. Eccolo!, ha ripreso a innaffiare il ciliegio, pimpante come ieri. Eppure.
Eppure da oggi qualcosa è diverso, nella vita di Norman, non è così? Cos'è quell'oggetto che tieni nel taschino, Norman? - Questo? oh beh, mi sono comprato un moleskine, tutto qui, sono andato da Marnie e mi sono comprato un moleskine, un taccuino, ecco tutto. Vuoi dire che questo può cambiarmi la vita? questo stupido taccuino? - Ieri Norman ha avuto un litigio, no - scusa Norman - una "discussione" con Glenda. - Ma è normale, no? che male c'è? - Sì Norman, certo, è assolutamente normale. Glenda Leigh aveva qualcosa da ridire su quella cena con i compagni del college; c'era quel progetto di passare la notte a Cloverdale con i vecchi amici e poi andare a pescare giù al fiume come ai bei tempi. Norman adora pescare, gli piace l'odore dei pini quando sta lì seduto ad aspettare e chiacchiera sottovoce. Questo Glenda non lo capisce, lei odia stare sola, il silenzio di quelle lunghe notti, senza il respiro tranquillo di Norman, la terrorizza. Ma ieri Glenda e Norman non hanno parlato di questo, giusto Norman? - Esatto, io e Glenda abbiamo discusso della gestione domestica. - Bravo, Norman, è un bel modo per dirlo, Glenda ti ha rinfacciato un po' di cose. C'era la storia del barbecue, le arance, il vetro della cantina, eccetera. Giusto Norman?
Ancora per qualche secondo, Norman Leigh resta seduto sulla sedia di plastica bianca, mentre la pompa riempie di acqua il vialetto. - Ogni mio errore, capisci?, ogni mio fottutissimo, minuscolo, insignificante errore, Glenda lo conosce a memoria. Due anni fa, in inverno, il gelo ha incrinato un vetro in cantina; era freddo, capisci?, l'ho riparato in primavera, a marzo. Glenda non mi disse nulla. Non disse nulla neppure delle arance, né della macchina per cucire, né del barbecue, nulla. Ieri mi ha rinfacciato tutto, ricordava tutto a memoria, tutti i dettagli. Avrei voluto difendermi, capisci?, amo Glenda, ma so che non è perfetta, volevo dirle beh Glenda, anche tu però, ricorderai quella volta che...? Invece niente, non mi veniva in mente niente, io dimentico gli errori di Glenda, maledizione, li dimentico. Mi sentivo come un imputato, un imputato in uno stramaledetto processo, sentivo gli sguardi severi dei giurati, tutti contro di me, accidenti!, e io non avevo altro da opporre, nient'altro che vaghe scuse e balbettii, niente!, non uno straccio di prova, una! - (Povero Norman, è esasperato) E così ti sei comprato quello, giusto? - Mi sono detto che non potevo farmi trattare così, maledizione. Amo Glenda, ma capisci, non posso. Perciò adesso qua sopra segnerò tutti i suoi piccoli insignificanti errori, e quando sarà il momento buono, beh, allora vedremo.
Sta venendo su bene il ciliegio, sai Norman?
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Valencia
Volevi andare a Barcelona ma ti sei addormentato sul treno? devi imbarcarti per Ibiza e uno sciopero ti blocca?
Questi e altri motivi conducono il viaggiatore nella terza città di Spagna, tre milioni di abitanti: Valencia. Metropoli seria, moderna e operosa, si dipana in un reticolo ininterrotto di svincoli e sobborghi e centri commerciali, offrendo al turista qualche piazza, chiese, quattro ore di siesta, due palazzi e un mercato coperto, e poi via! tutti al lavoro, non siamo qui per divertirci.
Salida/eixita. Valencia è bilingue, così quel che suona strano in castigliano, magari è più familiare in valenciano. Meglio così.
Arance! Valencia è la patria delle arance, perciò mangiando l'ennesima paella potreste incontrare una romagnola, commerciante di frutta in viaggio d'affari. Al tavolo affianco invece, quel ragazzo con tapas e cerveza cavalca disinvolto discorsi spagnoli, col suo accento bergamasco; ipnotizza il cliente stordendolo di affabili tecnicismi, eccolo! ora l'entusiasmo lo travolge, apre la borsa nera e ne estrae fiero lo strumento perfetto, orgoglio della sua produzione lombarda, gioiello della tecnica si snoda sinuoso: un tubo da doccia!
Fosse per gli spagnoli, si starebbe a tavola fino a mezzanotte, l'una, le due, ma allora scordatevi metropolitane e tram. Perciò vi avviso, la strada dal mare (dove c'è La Pepita, buon ristorante, ma certo non a buon mercato) fino al centro, a piedi è lunghetta; d'altra parte in passato la distanza proteggeva la città dai pirati. E vabbe'.
In centro invece (calle Juristas 4) c'è Bodegò de la Salieta, e lì con quindici euro vi fate il menù, tapas e paella comprese. Ottimo. In ogni caso, dovunque andiate, uscendo puzzerete di fritto; a Valencia la cappa aspirante non è ancora arrivata.
Però è arrivato il kitsch, vagonate di kitsch, specialmente a Natale. Lampadine sulle palme, angeli giganti e cristi seriali, c'è da divertirsi. Al museo d'arte (ingresso gratuito) un'intera sala è dedicata a vedute di Napoli(!).
Sì, forse Valencia qualcosa dell'aria partenopea ce l'ha; prendete Napoli, toglietele i vicoli, il vociare, gli scugnizzi, disinfettatela, spianate le colline, ecco, va bene così, quella è Valencia. Adesso ci si può fare la Coppa America.
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Sfiorarsi
Avete presente la scena? La nobildonna pura e ingenua, il diabolico irresistibile avventuriero, il sottile gioco di seduzione: nel giro di un quarto d'ora la dama è miracolosamente folgorata, eccetera, tra pizzi cuscini terribili rimorsi e il ghigno compiaciuto del solito John Malkovich. Stanchi di queste improbabili laceranti passioni, propinateci per anni? Allora. In un Giappone che è costruito come il posto dove si realizzano tutti i luoghi comuni sul Giappone (i videogiochi, l'automatizzazione, il feticismo, il pop-kitsch), galleggiano spaesati un uomo e una ragazza, e forse vedono qualcosa di sè. "Lost in translation" racconta l'incontro, lo sfiorarsi di questi due personaggi buffi e malinconici, la loro casuale sintonia fatta di silenzi, il tempo perso insieme.
midable
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Merano preferisce
Merano preferisce stare a guardare, senza rischi. Passa Kafka, passa Rilke, passa Sissi, passano le SS, i bombardieri passano rombano sganciano massacrano, Merano si mette nel suo angolo zitta, è città ospedale, viene risparmiata. Passa Maradona, passa Pavarotti, passa il Giro, passa il Milan, passa Andreotti.
A Merano crescono le palme e i cedri del Libano, con i cavoli e i fiori si fanno le famose aiuole colorate, a forma di cavalli orsi canoe, alcune dopo un po' puzzano. Ridente cittadina nell'ubertosa conca, Merano in primavera sghignazza dell'ospite germanico con pantaloncino scamosciato, calza di lana scarpone alpenstock e stemmino ricordo del Rifugio. In inverno invece, Merano si sollazza alla vista della buffa famiglia romana, smarrita impellicciata rumorosa e straniera, il piede soffocato nell'inutile doposci (c'è più neve a Campobasso).
midable
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prologo 'Na mattina ero al Piccolo, tranquillo, arriva Chicco e mi fa, ciao Vanni 'scolta ti devo dire 'na roba. Dimmi. Hai sentito, no?, che l'anno prossimo arriva l'euro? E mi spiega l'idea. Lì per lì ho detto te sei matto, vuoi andare in grane, ma di quelle grosse anche, poi ho fatto due conti, e effettivamente. Chicco sei un genio, gli ho detto, e ci siamo fatti un goccio.
epilogo All'Aeò c'è sempre quell'aria un po' così che ti mette tristezza, però costa poco, e allora. "Il vino anche è suo?" Sì, e anche il calzascarpe. (Il calzascarpe lo prendo così arrivo a 32 euro.) "Zwoaundraisich oiro, trentadue oiro, prego." Glieli do. "Dei sain net zwai oiro! Quela non è una moneta da due oiro, è da cinquecento lire." Mavà, fa vedere, agià te ghe rasòn, me son sbagliato. (Questa non ci casca mai, stronza). Mi tocca fare la spesa da 'naltra parte. Bella idea el g'ha 'vuto el Chicco, "metti da parte le cinquecento lire, vedrai, diventi ricco in un botto",'desso dove le metto tutte quelle monete? Lo so io dove gliele metto.
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Napoli
E' una chiesa spoglia, austera, semplice, per qualche misteriosa ragione risparmiata dal barocco affastellarsi di marmi e reliquie e ori e stucchi, e virtuosismi di scultori e vanità di marchesi, baroni e viceré. Nulla. La pietra se ne sta ruvida ad ascoltare. Una donna anziana va per i banchi, con passo incerto, un rosario nelle mani, i capelli un po' spettinati. Si avvicina, guarda un affresco, parla tra sé. "Maronna quant'è bello quel dipinto" (rapita) "E' bello, è bello proprio" (il rossetto un po' sbavato. Sospira) "Ma quel Gesù è chiù bello ancora, maro' guarda come sorride, pare che parla. Gesù gesù gesù! Gesù tu esisti veramente, tu non sei una favola, tu esisti. Mo' ci sta pure la Madonna del Giugorio, e quello è la prova che tu esisti! Gesù gesù..."
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Sottopassaggi.
Ore 17.23 al binario 12 di Verona Porta Nuova la Brava Ragazza col trolley antracite Samsonite e la borsetta Kipling sale sull'interregionale per il Brennero, ferma a Domegliara Sant'Ambrogio Ala Rovereto Trento Mezzocorona Ora e, dopo sensibile accelerazione, Bolzano. Ore 17.48 dopo la consueta sosta i vagoni si avviano a lasciare la città di Romeo e Giulietta, per inoltrarsi sinuosi nella Valle dell'Adige; il convoglio viaggia con tre minuti di ritardo per motivi indipendenti dalla società Trenitalia; la Brava Ragazza siede composta, consulta il suo telefono cellulare, è slanciata o è minuta, è bionda o castana, liscia o boccoluta. Ore 18.04 le sorelle Fronton da Domegliara dirette a Trento a trovare la cugina Roberta e il nipote medico Christian, trovano posto nel vagone; la Brava Ragazza si mostra cortese, la conversazione ha piacevolmente inizio. Ore 18.22 ella indossa col medesimo orgoglio la camicetta donatale dalla zia ed il suo ultimo meritato trenta e lode; le sorelle Fronton ammirano il fiorire promettente della Brava Ragazza, la pelle liscia, il tono sicuro; imperturbabile alle scosse del convoglio sui binari, ella enumera i propri successi e le difficoltà. Ore 18.31 onesta e risoluta "non voglio pesare troppo a lungo sulla mia famiglia" ha deciso "è una questione di orgoglio"; le sorelle Fronton approvano, parlano a turno di spirito di sacrificio, dei loro tempi, dei giovani d'oggi. Ore 18.44 l'ora delle confidenze. Le sorelle Fronton - che la Brava Ragazza la vedrebbero ottimamente maritata, per esempio, col nipote medico Christian - indagano. "Sono stata innamorata" risponde ella senza un tremore "Se così si può dire, ho perso molto tempo. Adesso do la precedenza allo studio, non posso più permettermi di innamorarmi." Ore 18.51 le sorelle Fronton alla stazione di Trento salutano e si dileguano con un brivido nelle scale del sottopassaggio; la Brava Ragazza seduta composta sfoglia la rivista femminile, gli appunti di algebra e il proprio invidiabile spirito di sacrificio.
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Matera.
/1 Donne bambini uomini animali tra tafàni e il sudore nelle caverne di tufo, a mondare il grano a pestare l'uva e a scavare ancora, alla maniera dei manovali di Cappadòcia, a ché il sole picchiasse in fondo alle viscere del suolo sui tini, picchiasse e sparisse poi, lasciando il tepore della fermentazione, o dei suini il tanfo, il fetore, il tifo, l'occhio stanco. Prima che Alcide De Gasperi con decreto ministeriale, immediata esecuzione coatta, le camionette dei carabinieri evacuasse le cave popolose, sgomberare ripulire - svelti! - una nuova città, cancellare lo scandalo di una malsana promiscuità bestiale, prima del 1952 qualcuno è stato qui, ha visto Matera, ha scritto di una città di transito o purificazione, delle sue anime tormentate.
/2 Nella roccia lucida, bianca, scale. Archi, volte, di case, di passaggi, di palazzi, finestre. A salire, a scendere, necessariamente a risalire, e viceversa. Alloggia alla Locanda, a volte per un attimo lo si vede passeggiare, lì sotto - dove? - dietro il muro adesso. Disegna mani che disegnano mani, oche che migrano in pesci, scale bianche lucide nella roccia. A salire, a scendere.
/3 Matera ha la metropolitana: un treno in un buco.
/4 L'autobus sostitutivo delle Ferrovie Appulo-Lucane si prende dietro la stazione di Bari, vicino alla fermata per Brno, costa 3.60 euro, attraversa il Messico di Altamura.
/5 Telefono, chiedo. Dice: da Potenza a Napoli c'è liscio. Come? C'è liscio. Ah grazie buonasera. "C'è liscio"? che avrà voluto dire? Interpreto "non ci sono possibilità, mancano i collegamenti" e già ci ho messo una bella pietra sopra, poi dopo qualche giorno su internet trovo: "Collegamenti Potenza-Napoli, Autolinee Liscio".
midable
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Contatti.
Domenica mattina, ore 10.42, dormivo. Suona il telefono. - La Messa è alle 11 o alle 11.30? - Non lo so. - Come non lo sa?! - Ma perché dovrei saperlo? - Non è la chiesa? - No. - Ah mi scusi (riattacca). Due cifre, basta scambiare due cifre, e divento don Ottavio. Mi chiedono le date dei matrimoni, informazioni su battesimi e funerali. Qualche volta sto al gioco; posso dispensare consigli, invitare al perdono, alla pazienza. La gente mi crede, cercano un contatto.
- Pronto, don Ottavio? (Una donna, adesso mi chiederà l'orario del catechismo) - Sì? (come mi viene bene la voce pacata) - Sono la signora Melozzi (le trema la voce, fa un lungo silenzio) - Sì? (Ma don Ottavio la conoscerà bene questa signora Melozzi? e perché singhiozza così? cos'è successo? Assumo un tono neutro) sì, mi dica (insisto, ma già sento che vorrei tornare indietro) - Questa notte la signora Luisa (la voce trema, si interrompe) la sua povera sorella (tace, singhiozza) Riattacco. Oddio, e adesso? Quella pensa che io stia piangendo per mia sorella, che io sia don Ottavio e che io abbia capito e che stia piangendo, e invece. Adesso chi glielo dice a don Ottavio?
Due cifre, basta invertire due cifre, mi sembra di chiamare me stesso. Che voce avrà, cosa gli dico?
midable
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Viaggi nel tempo.
In Abruzzo ci sono paesi dove il dialetto è l'albanese. Sono arrivati dalla Shqiperia nel 1400 o giù di lì e parlano ancora la lingua di quei tempi. Con gli albanesi di oggi si capiscono poco e male. Sarebbe come incontrare per strada Lorenzo il Magnifico e scambiare due chiacchiere. In Brasile c'è un paese pieno di emigrati trentini. Si chiama Vigolo, omaggio nostalgico a Vigolo Vattaro, paesino dell'Alta Valsugana. Gli abitanti non sanno l'italiano, non vi capiscono; soltanto portoghese brasiliano, oppure dialetto trentino. L'emigrazione produce, decenni o secoli dopo, strani viaggi nel tempo. Vinicio Capossela, figlio di un leccese e una tedesca, nato da qualche parte nel cuore industriale d'Europa, parla con cadenze straniere, suona musiche su cui avrebbe ballato mia nonna, mescola malinconie di rose e addii, stramberie di manometri scafandri vapori. Sul palco cresce traveste trasporta trasforma esplode, poi ghigna sussurra langue sprofonda scompare riemerge, da dove è venuto, dov'è, dove siamo, che anno è? Che importa.
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E' andata bene.
Da un punto imprecisato M nella Mitteleuropa, alla stazione di Bologna, città dove i fiumi non hanno ponti e i ponti non hanno fiumi. In treno. Un dejà-vu dei miei anni di università. A Mezzocorona l'odore della vendemmia e della fermentazione pervade silenziosamente i vagoni, rumorosamente ragazzotti nonesi invadono i sedili di fronte. Parlano di scooter truccati, di aerei a reazione; in testa hanno colla per carta da parati. A Verona mezz'ora di pausa, mistero che si perpetua. C'è lo smistamento. A Mirandola sale un ragazzo con la faccia pulita, la valigia e lo zainetto. Saluta la ragazza dal finestrino, lui torna a casa sua, a Roma, lei è carina. Lui ai genitori di lei deve aver dato un'ottima impressione, tanto un bravo ragazzo, specialmente alla madre, istruito, sorridente, gentile. Tira fuori il libro di scienze delle costruzioni, finge di studiare, ci prova, ma l'emozione è ancora forte, è andata bene, sono piaciuto ai suoi. Forse la sposerò, gli scappa di pensare. Si era preparato bene, il discorso sui telefonini, che fanno più male lontano dal ripetitore e tutto il resto, insomma il suo repertorio. Poi tante cose non le ho neanche potute dire, non c'è stato il tempo, i genitori di Laura sono brave persone, mi sono trovato bene, a mio agio. Adesso parla con la signora di fronte, ancora il discorso sui telefonini, quello sui musei della scienza che in Italia non ci sono, il collo è un po' rigido ma è un bel ragazzo pensa la signora, parla bene avrà un futuro, che peccato che il Denis, il nipote della Ida, non ha voluto studiare, che peccato guarda. Parla con la signora, lei non lo ascolta, la tensione si scioglie, l'emozione si stempera. Forse dopo Firenze si farà un bel sonno.
midable
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Il finale è noto.
Marco Bellocchio ha fatto un film sulla libertà. O sulla prigionia. Si chiama "Buongiorno, notte" e racconta i giorni del rapimento Moro. Nel film nessuno è libero e tutto è prigione. L'appartamento cupo, con le sbarre alle finestre, la porta blindata, la paura dei ladri (o dei poliziotti, è uguale), la tv sempre accesa, la Carrà, Montesano, il tg, è la prigione di Moro, anche dei brigatisti, anche la nostra. Lei fa un lavoro di carte e timbri e polvere al ministero; si finge felicemente sposata e appena è in casa si libera con rabbia della fede fasulla che le stringe il dito. Anche narrativamente non c'è libertà possibile. Fin dalla prima scena del film il finale è noto. Chi prova a cambiarlo o viene arrestato o sta semplicemente sognando.
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Reading è una tranquilla città lungo il Tamigi, raggiungibile da Londra in un'ora, con un rumoroso treno diesel. I treni, specialmente la sera, sono sporchi: non esistono cestini, perciò le cartacce si lasciano semplicemente sotto i sedili.
Il centro di Reading è capillarmente e mastodonticamente invaso dal centro commerciale "Oracle", lucido e kitsch (gli amanti del genere lo apprezzerebbero, tuttavia non ne troveranno traccia nelle mie foto).
Il quartiere vicino all'Università (unico buon motivo, assieme al Centro Meteorologico Europeo, per andare a Reading) è composto di villette mono- o bifamiliari a due piani, di mattoncini rossi.
Nei cortili e nei giardinetti di queste casette a volte sono parcheggiate vecchie automobili ben conservate, a volte elettrodomestici arrugginiti e scatole di cartone.
I signori del club di bowling, sobriamente eleganti e rilassati, li ho fotografati da un foro della staccionata.
A Oxford (non lontana da Reading) in una vetrina sono esposti alcuni pannolini di stoffa, lavabili ed ecologici. "Tutto il resto è solo immondizia" recita lo slogan.
Londra. A Hyde Park si va a piedi, in bicicletta, con i pattini e persino a cavallo (ci sono apposite piste attrezzate). In un angolo del parco (che è veramente grande) si va per parlare e per ascoltare. Si chiama Speaker's Corner: arrivi lì con una sedia pieghevole o una scatola di legno, ci sali sopra e inizi a parlare; se sei bravo magari dopo un po' c'è un po' di gente che ti ascolta (e ti interrompe, ribatte, ti prende in giro...).
Così può capitare di incontrare, a pochi metri uno dall'altro, un ebreo che canta vecchie canzoni e si commuove, un palestinese che presenta il detersivo Ariel Sharon "per la pulizia etnica dei Palestinesi" e un ateo anticapitalista, silenzioso e immobile.
[Immagini dal Regno Unito, 2001]
midable
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